Chi era Sant’Ignazio di Loyola?

Ignazio di Loyola è il fondatore dei gesuiti. Di lui non si molto. Anzi non è per nulla popolare, forse per la fama di austerità che lo circonda. Eppure ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della Chiesa e dell’Europa. Per giunta non era nemmeno bello, un uomo di Padova suo contemporaneo lo ha descritto così: “Uno spagnoletto, piccolo, un po’ zoppo, che ha gli occhi allegri”. Ignazio era infatti alto 1,58, parlava male l’italiano, ma quando apriva la bocca sprigionava una grande forza, perché era l’uomo di grandi desideri e di grandi aspirazioni.
È stato un cavaliere, non un militare come molti dicono. Dopo essere stato ferito in una battaglia a Pamplona si è convertito leggendo la vita di Cristo. Da allora le sue armi diventano la preghiera, lo studio, la testimonianza personale e il servizio.

Voleva vivere a Gerusalemme, ma si ritroverà a Roma e lì offre la sua obbedienza al Papa di allora, Paolo III Farnese. La completa disponibilità ai desideri del Papa ha portato la Compagnia ad essere una “task force” che ha attirato non poche inimicizie ai gesuiti. L’Ordine che ha pensato doveva essere agile e mobile capace di spostarsi sempre alle “frontiere”, geografiche e intellettuali. Il motto dell’Ordine: “Ad maiorem Dei gloriam”, non significa infatti “Per la massima gloria di Dio”, ma “Per una gloria di Dio sempre più grande”. Questo modo di fare lo hanno ereditato anche coloro che si ispirano alla spiritualità ignaziana.

Ecco cosa è stato scritto di lui: “Il modo di parlare del Padre consiste nel dire le cose con semplicità, con pochissime parole, non facendo alcuna riflessione, ma limitandosi a narrarle. In tal modo lascia che gli uditori facciano essi stessi delle considerazioni e traggano, dalle premesse, le conclusioni; così riesce ad essere mirabilmente persuasivo, senza mostrare alcuna inclinazione per una cosa o l’altra e accontentandosi di una mera enunciazione. Quello a cui tiene particolarmente è il toccare tutti i punti essenziali che possono portare alla persuasione, e tralasciare tutto quello che non vi è strettamente collegato, secondo come egli giudica pertinente”.

Il suo modo di essere gli ha permesso di parlare con tutte le persone, dal Papa ai Re, fino alle persone meno istruite e ai bambini di strada. Oltre alla predicazione era attento anche al servizio ai più poveri, nel periodo romano quando andava all’ospedale a trovare i poveri lavava loro i piedi, a chi invece aveva bisogno di aiuto dava l’elemosina in segreto.

Attraverso il suo modo di vivere e grazie alla sua capacità di conversare conquista “donne onorate, sposate e vedove” che gli finanziano alcune opere di carità molto importanti, ma anche persone come san Filippo Neri di cui era il confessore. Alcune lo aiutano a Manresa, altre a Barcellona, altre ancora a Roma come ad esempio Vittoria Colonna, marchesa di Pescara.

Giacomo Laínez che lo ricorda in preghiera lo descrive con queste parole: “Di notte, egli saliva su un terrazzo o sul tetto della casa. E là rimaneva, nella massima tranquillità, si toglieva il berretto e se ne stava a guardare il cielo. Poi cadeva in ginocchio, faceva una profonda riverenza a Dio e si sedeva poi su una panca, perché la sua debolezza fisica non gli permetteva altre posizioni. Restava a capo scoperto, senza muoversi, e le lacrime cominciavano a scorrergli sul volto, come un fiume; ma il suo dolore era così silenzioso che non si udivano singhiozzi o sospiri, e rimaneva immobile”.
Il momento privilegiato delle sue preghiere è la notte, guardando il cielo e le stelle: “Lo facevo spesso e molto a lungo, perché provavo a questa visione una grande energia per servire nostro Signore”. Per questo motivo ripeteva: “Come è misera la terra, quando contemplo il cielo”.

Lascia scritto: “L’amore deve porsi più negli atti che nelle parole” perché “l’amore consiste in una reciproca comunicazione” da cui deve nascere la capacità di trovare Dio in ogni cosa.

Vive da monaco nel cuore della città ed è definito un “contemplativo nell’azione”, vive i ritmi della città da monaco, per questo prevede che i gesuiti possano passare dalla Compagnia alla Certosa con facilità.
Le sue abitudini sono regolari, si alza con le prime luci dell’alba, rimane a letto a pregare a causa dei dolori alla gamba, celebra la Messa da solo in una stanzetta vicino alla sua camera, poi riprende a pregare per un paio d’ore.
Gli ultimi 15 anni della sua vita è costretto a vivere in una cameretta l’itineranza del pellegrino per governare i primi gesuiti che, sparsi nel mondo, iniziavano a fondare residenze, scuole, istituti, collegi e seminari.

Scrive quasi 7.000 lettere; i libri che tiene in camera si limitano al Vangelo e all’Imitazione di Cristo. Mangia da solo e come superiore di comunità sappiamo che perdonava qualsiasi peccato grave dei gesuiti eccetto quelli che favoriscono la sfiducia e il pettegolezzo e che dividevano la comunità.

La città dunque è il suo monastero. Nella Roma del Cinquecento che aveva circa 50.000 abitanti, Ignazio sceglie di collocare strategicamente le sue residenze nel cuore della città. Nella piazza del Collegio Romano a Roma si può capire cosa sia la missione per Ignazio. Lì si trovano l’antico Collegio romano in cui si preparava il clero nel mondo e una piccola casa, chiamata Santa Marta, in cui accoglieva e recuperava le prostitute. Cultura e azione sociale per Ignazio vanno insieme.

Orizzonti universali, eccellenza negli studi, formazione integrale della persona, legame con il mondo moderno sono, fin dall’inizio, le principali caratteristiche della missione educativa del Collegio romano, che è diventato poi l’Università Gregoriana.

Muore da solo verso le 7,00 del mattino del 31 luglio 1556. Poche ore prima Polanco, il suo segretario, gli chiede “State veramente male?”. Ignazio gli risponde “Mi sento che mi manca solo di morire”. Alla sua morte la Compagnia di Gesù ha più di 1.500 gesuiti sparsi in tutto il mondo. Venne canonizzato il 12 marzo 1622.

La sua vita può essere sintetizzata dal significato di due frasi molto note: Ad maiorem Dei gloriam (alla maggior gloria di Dio) e Non coerceri a maximo, contineri antem a minimo divinum est. La prima ricorda di diventare e formare persone responsabili senza aver paura dei cambiamenti e di fare non sempre più cose ma farle sempre meglio. La seconda ci insegna che è “divino non essere ristretti neanche dallo spazio più ampio possibile ed essere capaci di essere contenuti dallo spazio più ristretto possibile”.

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