5 criteri per votare. Verso il voto del 4 marzo

Il voto del 4 marzo si avvicina e ancora molte persone si chiedono “per chi votare?”. La campagna elettorale in corso è poco partecipata e siamo bombardati da slogan più che da programmi. Bisogna comunque essere realisti: si tratta di una campagna elettorale in cui tutti sono contro tutti. A me sembra che ciò che manca sia un sogno possibile a cui partecipare. Certo i partiti sono ormai dei contenitori elettorali vuoti, va anche detto che in pochi vogliono partecipare attivamente alla vita politica: nel 1948 le sinistre avevano più di 4 milioni di tesserati, nel 1990 la Dc aveva ancora 2 milioni di iscritti al partito. Attualmente il Pd dichiara circa 400.000 iscritti, Forza Italia ne ha 165.000, mentre i M5S, ne hanno 170.000. La Lega? Purtroppo il dato non sono riuscito a trovarlo. Comunque il punto è questo: il voto non conclude mai un processo, chiude solo la campagna elettorale, ma inizia sempre una stagione nuova che non ci si può sottrarre dal costruire.

E’ per questo che vorrei ribadire alcuni criteri, al di là della brutta legge elettorale, per esprimere il nostro voto in forma matura per ritrovare la forza di costruire.

1.Scegliere il programma

Anzitutto, l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale. I programmi non sono neutri rispetto ai valori. E’ della persona morale calcolare i costi e le conseguenze di ogni scelta politica. La democrazia procedurale verso cui si sta andando esalta la correttezza del metodo e delle regole, ma potrebbe giustificare azioni scorrette dal punto di vista etico. Hitler e molti altri dittatori sono saliti al potere rispettando tutte le regole formali, ma hanno calpestato i valori. Non si tratta solo di metodi e forme, quindi, ma della sostanza di programmi che rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi nell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società povera di figli, in cui quasi una persona su quattro ha più di 65 anni.

2. Scegliere un candidato preparato

Anche questo può essere un criterio che aiuta. Ma occorre andare oltre lo storytelling, contano l’esperienza amministrativa, la capacità di visione politica, le esperienze fatte, la trasparenza. In una parola, la sua affidabilità. Lo affermava Benedetto Croce: per amministrare occorrono non solo «onestà», ma «competenze specifiche». Non politici perfetti, ma credibili in quel che conta; non ciò che si promette, ma «il cosa» si è realizzato e «il come» ci si è formati.

3. Scegliere i partiti che si ispirano alla Costituzione

Un terzo criterio è quello della cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader. Dai lavori della Costituente sull’art. 67 della Costituzione si comprende perché l’eletto debba agire senza vincolo di mandato, che significa assenza di legame e di interesse corporativo dell’eletto. I parlamentari, come tutti gli amministratori pubblici, sono portatori «soltanto» di un interesse generale. Anche la cultura liberale, con Norberto Bobbio, ha insistito nell’affermare che l’operaio o l’imprenditore eletti in Parlamento non sono portatori degli interessi degli operai o degli imprenditori, ma dei cittadini che governano nell’interesse generale e senza perseguire fini particolari.
L’art. 67 ha radici negli stessi valori costituzionali su cui si fondano l’indipendenza dei magistrati (anche dalla politica) e la separazione dei poteri dello Stato. Se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare. Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta.

4. Scegliere la democrazia dei moderati

Un quarto criterio è valutare le coalizioni di governo moderate più che le coa­lizioni elettorali. Lo ribadiamo: la nuova legge elettorale (n. 165/2017), che introduce un sistema misto proporzionale e maggioritario, premia la rappresentanza sulla governabilità. Una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea. Vietato lamentarsi poi!!!

5. Scegliere l’Europa e l’euro

Da una parte, la costruzione dell’Europa; dall’altra, la chiusura al sovranismo narrato con scelte demagogiche nazionali, doppie monete, aumento del deficit dei Paesi indebitati. Anche la risoluzione del «particolare» dei singoli temi – sicurezza, integrazione, lavoro, armonizzazione dei sistemi fiscali e sociali ecc. – cambia rispetto al «generale» che si sceglie. Lo ribadiamo: è per questo che, più che per la contrapposizione tra destra e sinistra, il nuovo Governo si caratterizzerà per quella tra alto e basso, tra europeisti e sovranisti.
Papa Francesco non perde occasione per sottolinearlo: «Adoperarsi per una comunità inclusiva significa edificare uno spazio di solidarietà. Essere comunità implica infatti che ci si sostenga a vicenda e dunque che non possono essere solo alcuni a portare pesi e compiere sacrifici straordinari, mentre altri rimangono arroccati a difesa di posizioni privilegiate. Un’Unione Europea che, nell’affrontare le sue crisi, non riscoprisse il senso di essere un’unica comunità che si sostiene e si aiuta – e non un insieme di piccoli gruppi d’interesse – perderebbe non solo una delle sfide più importanti della sua storia, ma anche una delle più grandi opportunità per il suo avvenire».
Difesa e sicurezza, crescita e occupazione hanno bisogno di più sovranità europea e di meno sovranità nazionale. Il discorso sull’Europa fatto dal presidente francese Macron alla Sorbona il 26 settembre scorso costituisce l’orizzonte a cui deve rivolgersi anche l’Italia: «Il mondo ci propone sfide che si vincono solo con un’Europa più forte: economia, lavoro, ambiente, immigrazione. Non esistono soluzioni locali a problemi transnazionali». È questo l’unico orizzonte possibile.

Non astenersi

Abdicare alla responsabilità di votare significa cedere al profilo dell’«analfabeta politico». Altrimenti risuoneranno forti e come un monito i versi di Bertolt Brecht

Il peggiore analfabeta
è l’analfabeta politico.
Egli non sente, non parla,
nè s’importa degli avvenimenti politici.

Egli non sa che il costo della vita,
il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina,
dell’affitto, delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.

L’analfabeta politico è così somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.

Non sa l’imbecille che dalla sua
ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato,
l’assaltante, il peggiore di tutti i banditi,
che è il politico imbroglione,
il mafioso corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali.

Buon voto!!! Ah ultima cosa. NON diciamo “sono tutti uguali”, perché NON è vero, ricordiamo però queste righe: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà…Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi.” Aldo Moro 28 febbraio 1978, ultimo discorso ai gruppi parlamentari”.

ll testo integrale si può ascoltare qui: Radio radicale

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