Il dialogo nel silenzio. Un approfondimento con Giovanni Grandi

La categoria della coscienza occupa un posto centrale nella cultura dell’Occidente. Anche Umberto Eco, dialogando sulla coscienza insieme al card. Carlo Maria Martini, l’ha definita «un ponte» attraverso il quale credenti e non credenti possono ascoltarsi e comprendersi. Si tratta, come ho avuto modo di accennare su Civiltà Cattolica, di una “grammatica comune”.
Di recente Giovanni Grandi, professore associato all’Università di Padova, ha pubblicato un testo di grande interesse: “Alter-nativi. Prospettive sul dialogo interiore a partire dalla moralis consideratio di Tommaso d’Aquino”. E’ insieme a lui che vorrei dialogare sul tema della sua proposta.
I suoi lavori centrati sull’eredità di san Tommaso permettono di scoprire chiavi di lettura per analisi antropologiche e psicologiche sull’attualità e il vivere quotidiano della gente. Nel suo ultimo lavoro rivisita un’intera sezione della Summa Theologiae, un “classico” del pensiero morale, mettendo però al centro il problema della capacità di silenzio e – per dirla con i termini di Ignazio – del discernimento. Può spiegarci cosa intende?

Ho sempre trovato più stimolante dialogare con i classici del pensiero partendo da problemi attuali. La constatazione da cui parto – la questione della poca familiarità con il silenzio – viene dal contatto con gli ambienti della formazione e del servizio sociale: siamo immersi in processi di vita sempre più frenetici, pressati da attese forti di cambiamento e d’altra parte spesso “inchiodati” nella ripetizione di modi di fare e di pensare deleteri per noi stessi e per gli altri. Questo impasse si scioglie solo nel momento in cui recuperiamo tempi e modi per capire quel che ci passa “dentro”, solo cioè riuscendo a rallentare i processi, quel tanto che basta per cogliere i punti di leva interiori su cui possiamo concentrarci per cambiare percorsi che sembrano già scritti. Allora mi sono chiesto: è un’esperienza solo nostra, di noi contemporanei?
L’antropologia insegna che le fatiche umane sono le stesse da sempre, quindi perché non consultare su questo problema un autore che certo non era un parvenu in fatto di analisi spirituale? Ho scelto di mettere a fuoco una prospettiva sull’agire che integrasse gli aspetti morali e quelli spirituali e la Prima Secundae della Summa Theologiae ha dato riscontri piuttosto sorprendenti. La tesi di fondo allora è antropologica: siamo Alter-nativi, strutturati interiormente per ospitare l’alterità e nel colloquio interiore con l’alterità si giocano le nostre possibilità concrete di cambiamento. Ecco perché decifrare questo dialogo e abitare il silenzio diventa una “competenza” fondamentale. Avere a disposizione un modello antropologico per tutto questo, possibilmente spendibile negli ambiti della formazione e della cura, credo possa essere interessante.

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La Prima Secundae è un testo molto studiato e una delle fonti forse più citate nella filosofia e nella teologia morale; la lettura che lei propone però è inedita: impiegarla come una “mappa” per l’analisi delle pressioni interiori. Così facendo molti concetti morali classici – la virtù, il vizio, la legge soprattutto – assumono un significato nuovo. Siamo ancora in dialogo con Tommaso o è una sua libera interpretazione?

La Summa Theologiae è stata utilizzata molto a lungo come un prontuario di citazioni o – quando andava bene – di piccoli trattati monografici. Solo a partire dagli anni Sessanta si è sviluppato un certo dibattito immaginando che la disposizione delle parti potesse offrire qualche chiave di lettura supplementare. L’idea è un po’ questa: gli “elementi” del quadro (specialmente della Prima Secundae) sono in fondo sempre gli stessi che Tommaso aveva a disposizione fin dai suoi primi scritti sistematici – il Commento alle Sentenze e poi la Summa Contra Gentiles – eppure li ha ricollocati in modo diverso. Perché cambiare lo schema espositivo? Vuol dire che ci ha pensato, e sappiamo che ci ha riflettuto al punto da inserire nel testo stesso delle istruzioni per capire l’architettura che stava realizzando. Se seguiamo queste istruzioni diventa chiaro che il testo non ha una struttura sequenziale, non può essere letto come un trattato contemporaneo: al contrario somiglia proprio ad una mappatura delle diverse tipologie di pressioni interiori, con cui ciascuno si misura non appena trova il tempo per sostare dinanzi alle decisioni da prendere o alle azioni compiute. Questo tipo di lettura d’insieme, che in effetti non era stato ancora sviluppato, risolve diversamente alcuni problemi interpretativi, come ad esempio quello del rapporto tra la virtù e la legge; la cosa interessante è che lo fa senza residui, senza che altre parti risultino poi difficili da collocare o per i temi che trattano o per il punto in cui vengono proposte. Quindi direi che c’è molta interpretazione, molta ermeneutica meglio, ma a partire proprio dall’idea di rispettare maggiormente lo sforzo sistematico di Tommaso e le chiavi di lettura che lui stesso ha lasciato.

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È la coscienza morale che permette di scoprire che cosa è giusto e buono fare nelle circostanze concrete della vita. Il principio fondamentale da seguire rimane quello descritto dai classici: bonum faciendum et malum vitandum. Nella tradizione della Chiesa la coscienza morale è dunque la capacità di mediare tra la comprensione della legge divina e la comprensione di se stessi. Rispetto a questo emerge una visione della coscienza molto vicina a quella dei moderni, in cui la soggettività e l’autonomia riflessiva vengono in primo piano mentre l’oggettività dei riferimenti morali e l’obbedienza sono smorzate dal riconoscimento della irripetibilità delle situazioni esistenziali, raggiungendo quasi una prospettiva postmoderna. È così?

Dobbiamo fare attenzione a non rileggere i classici a partire dalle nostre precomprensioni e magari dalle nostre paure. Comprendo bene l’ansia di chi sobbalza all’idea di trasformare Tommaso in un araldo del relativismo e perciò si spaventa all’idea di attribuirgli una visione così “attiva” della vita interiore, quasi che questo annullasse la dimensione dell’ascolto e della ricettività. Però è un falso problema, perché a differenza dei moderni e dei contemporanei Tommaso concepisce la coscienza come un “ambiente” aperto e permeabile, non chiuso e impenetrabile. È la visione della tradizione patristica: nessuno è solo con se stesso “in coscienza”, ma appunto in colloquio con alterità di cui percepisce e ascolta le suggestioni. Ricoeur ha rilanciato nel Novecento la “metafora della voce”, riconoscendo che tutti sperimentiamo che “qualcosa” prende parola interiormente. Però ha parlato di “metafora”, e questo proprio perché oggi siamo molto titubanti nell’attribuire consistenza a questo “qualcosa”. Da “moderni”, e come postmoderni le cose non cambiano, siamo molto inclini a pensare che “dentro” siamo capaci di udire solo il nostro parlare e, al limite, il nostro parafrasare quel che abbiamo sentito “fuori”.
Da qui nasce anche la nostra ansia per i condizionamenti esterni: siccome pensiamo che la coscienza sia un ambiente chiuso, in cui c’è solo l’Io e quel che l’Io sovranamente rilancia, non appena percepiamo qualche “voce” che ci inquieta sospettiamo di essere stati violati e di vivere “sotto controllo”. Tommaso aiuta a recuperare una visione meno complottista e più concreta: siccome “dentro” arriva fisiologicamente di tutto, il punto è capire cosa tenere e cosa lasciare tra le diverse sollecitazioni sul “da farsi”. Il modo migliore per operare questa cernita non è però avere dei prontuari di regole sempre più dettagliate, ma capire di volta in volta “chi” è a parlare: si tratta di riconoscere l’alterità affidabile tra quelle udibili interiormente. Certo, se immaginiamo che questa forma di maturazione personale, che è spirituale e morale insieme, sia impossibile o rarissima è probabile che saremo molto più propensi a insistere sulla definizione delle regole e vedremo come pericoloso ogni richiamo a tenere in vista anche la particolarità delle situazioni esistenziali…

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Non c’è il rischio di lasciare troppo spazio all’improvvisazione, proprio in campo morale?

Anche l’entità di questo rischio è collegata al modo in cui concepiamo la vita morale. Il mainframe contemporaneo, pur con tutti i recuperi dell’etica delle virtù aristotelica, rimane di tipo deontologico: siamo abituati a mantenere il baricentro sul “da farsi” e così l’azione puntuale diventa il focus dell’attenzione. Ho fatto bene o ho fatto male? Ho rispettato o ho trasgredito? Sono colpevole o assolto? Il percorso interiore che mi ha condotto ad una certa decisione conta meno, contano solo i fatti. In questo modo il “come” sono arrivato e come arrivo ad una scelta rimane una sorta di “dietro le quinte” di scarsa importanza. Questa però è la vera improvvisazione: giungere all’azione senza aver capito perché ho concluso proprio così, a quali logiche ho aderito, quando avevo la possibilità concreta di fare altrimenti. Al contrario, espandere l’attenzione interiore significa proprio ritornare ad abitare consapevolmente il “dietro le quinte” e riprendersi molti spazi di manovra che altrimenti svaniscono nella ripetizione dei modi di fare soliti. La questione che richiami diventa importante qui: non possiamo pensare di familiarizzare con il “dietro le quinte” avendo a disposizione solo un insieme di norme astratte o un codice deontologico. Quello di cui abbiamo bisogno è invece un accompagnamento personale, in un setting educativo, cioè asimmetrico, in cui qualcuno che ha più saggezza di noi – una virtù che eccede la semplice maggiore esperienza – ci accompagna, almeno per un certo tratto di strada, nel dare il nome alle pressioni interiori e nel riconsiderare i frutti che sorgono dall’aver seguito le une o le altre.

Lei consiglia l’arte della prudenza, il richiamo alla fronesis della cultura greca, quella capacità di cercare il punto di equilibrio tra princìpi immutabili e le situazioni concrete della vita. Qualcosa di molto vicino alla proposta di Ignazio di Loyola e delle sue regole del discernimento, si direbbe…

Sì, senz’altro. Uno degli aspetti interessanti è proprio questo: è improbabile che Tommaso rappresenti una fonte per Ignazio, ma il modello dinamico di “funzionamento” – espressione del tutto inappropriata, ma per capirci – del conflitto interiore che hanno messo a fuoco è decisamente simile. Può esserlo solo perché entrambi sono ben radicati nella tradizione spirituale cristiana. Il pregio che trovo nel modello che si può trarre dalla Prima Secundae della Summa è che risulta ad un tempo profondo e, strano a dirsi, semplice. Grazie alla Scuola di Antropologia Applicata dell’Istituto Maritain abbiamo sperimentato in questi anni diversi moduli formativi di introduzione alle dinamiche della vita interiore basandoci proprio sulle indicazioni di Tommaso: le persone che si sono esercitate, seguendo la “mappa” che ricordavi sopra, hanno trovato il tutto molto utile, anzitutto per riprendere familiarità con la diversità delle suggestioni interiori ma poi anche per ritrovare una connessione non moralistica né relativista con la distinzione tra il bene e il male. Non stiamo parlando di filosofi di mestiere, ma di persone di età e provenienza anche culturale molto varie. Tra i più vivaci e intuitivi nell’appropriarsi degli strumenti di base metterei senz’altro i ragazzi di alcune classi di quarta superiore, con cui abbiamo lavorato proprio per aiutarli a esplorare il tema del conflitto interiore.

In termini un po’ classici potremmo allora dire che lei sta cercando di rilanciare l’attualità di san Tommaso?

Sì, purché non intendiamo con questo un ritorno esclusivamente filologico all’opera di questo gigante del pensiero, immaginando che abbia visto bene ovunque ha guardato. La proposta di Tommaso è attuale, a mio parere, per il motivo che segnalavo all’inizio: può essere di grande aiuto proprio perché offre un modo per “leggersi dentro” e a partire da questa “competenza” antropologica accompagna nei territori morali. In questo lo trovo estremamente suggestivo, perché in fondo fa capire come la vita morale, la capacità di espandere il bene nel privato come nel pubblico potremmo dire, sia il frutto della vita spirituale: in un mondo che cerca continuamente di mettersi al riparo dal male provando ad agire sulle strutture esteriori e sui dispositivi normativi, ci ricorda che se non riprendiamo familiarità con gli spazi di manovra interiori finiamo per affaticarci invano. La possibilità di cambiare e di fare altrimenti, di volgere una traiettoria al meglio, si apre – ma anche si chiude – dentro ciascuno. Come diceva Mounier parafrasando Peguy: “La rivoluzione o sarà spirituale o non sarà”, e anche loro avevano in mente non un orizzonte intimistico, ma la dimensione interiore nei suoi nessi con quella sociale e politica. Tommaso dà molta sostanza a queste intuizioni e credo che valga davvero la pena di tornare ancora una volta sulle sue pagine.

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