Cercare lavoro e futuro

Ad un gruppo di imprenditori credenti, come quelli che appartengono alla Fondazione Centesimus annus pro Pontifice, cosa si potrebbe dire sul (drammatico) tema del lavoro? Ho cercato di farlo durante la giornata di studio del 19 novembre 2016 a Civiltà Cattolica. Ecco l’intervento scritto per un’esposizione orale.

Pariamo da una domanda: che cosa può accadere a una società democratica quando diventa imbarazzante augurare ai giovani «buon lavoro»?
Cosa sarà del dettato degli artt. 1 e 4 della nostra Costituzione?

  1. Nella Costituzione, il termine più ricorrente, dopo «legge», è «lavoro» o «lavoratori». La Repubblica «è fondata sul lavoro», da cui discendono diritti e doveri per contribuire al progresso «materiale e spirituale della società» (art. 4 Cost.)[1].
  2. Nel dibattito alla costituente, il significato di lavoro rimanda sempre al significato di dignità della persona e della sua concreta realizzazione come mezzo di libertà, di crescita personale e comunitaria, di inclusione e di coesione sociale, di responsabilità individuale verso la società.

In altre parole, il fondamento di questa scelta è di natura etica: il lavoro, prima che essere un principio, è un valore che la Repubblica riconosce all’apporto delle capacità di ciascuno per costruire il Paese. Grazie al proprio lavoro, il cittadino non viene definito più dal ruolo sociale determinato dalla ricchezza o dai titoli nobiliari[2].

Vuoi custodire la democrazia? Comprendi i nuovi significati di lavoro e crea lavoro. Ma quale lavoro?

Il lavoro per un imprenditore credente

Per rispondere è utile porre una seconda domanda agli imprenditori credenti: quale significato ha il lavoro per voi?

Il lavoro può essere inteso in molti modi: quello che sfrutta il lavoratore; quello che predilige il profitto sulla persona; il lavoro nero; il doppio lavoro, che in Italia è stato persino regolato per legge a scapito di chi il lavoro non ce l’ha….

Il lavoro ispirato dalla Dottrina sociale della Chiesa è fondato su un significato particolare. La Dottrina Sociale della Chiesa, che è l’incontro del Vangelo con la società, nasce con la «vocazione» di difendere il lavoro e i lavoratori e si fa parola magisteriale con la Rerum novarum di Leone XIII (1891) per rispondere a un’emergenza storica, quella provocata dalla rivoluzione industriale. La Chiesa vedeva sorgere un problema «radicalmente» nuovo, su cui non esistevano soluzioni da ricercare nel passato: dallo sfruttamento disumano dei lavoratori dipendenti, soprattutto del lavoro minorile, agli orari dei lavoratori, dalla situazione delle fabbriche di allora al definire e restituire dignità al lavoro.

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È per questo che le prime encicliche sono incentrate su un problema specifico, la cosiddetta «questione operaia», divenuta poi «questione sociale», che si occupa prevalentemente dei rapporti di lavoro. C’è un filo rosso che attraversa l’intervento della Chiesa nel sociale: questo avviene sempre in difesa della parte più debole nella dialettica dell’economia moderna tra capitale e lavoro, economia umana e finanza, dignità e sfruttamento, in favore cioè della parte debole immersa nell’economia mondiale, globalizzata e finanziarizzata di oggi[3].

Il lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale

Nel Pontificato di Francesco il lavoro ha una definizione precisa. Nell’Evangelii Gaudium n. 192 si afferma: Desideriamo però ancora di più, il nostro sogno vola più alto. Non parliamo solamente di assicurare a tutti il cibo, o un «decoroso sostentamento», ma che possano avere «prosperità nei suoi molteplici aspetti». [159] Questo implica educazione, accesso all’assistenza sanitaria, e specialmente lavoro, perché nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune.

Voi, come Fondazione pontificia, a che punto siete davanti a questa definizione di lavoro?

La Chiesa in Italia se lo sta chiedendo e, come sapete, siamo in cammino verso la Settimana Sociale di Cagliari dell’ottobre 2017, in cui chiede a gruppi come il vostro di riflettere su 5 grandi prospettive:

  1. Il lavoro è vocazione: attraverso la formazione continua e la capacità di sapersi in cammino, aiutare a far scoprire ciò a cui uno è chiamato;
  2. Il lavoro è opportunità che nasce dall’incontro tra impegno personale e innovativo in campo istituzionale e produttivo. La creazione del lavoro nasce sempre da una scelta personale e sociale.
  3. Il lavoro è valore: è alla base della giustizia e della solidarietà. Se eclissiamo il valore eclissiamo il significato di lavoro. Cosa vuol dire che, nel nostro Occidente tecnologico, Apple vale più della Grecia? Che mondo abbiamo costruito se il valore di un’azienda simbolo dello sviluppo occidentale (321,8 mld di euro) è superiore a quello del paese dove l’Occidente è nato?Vi chiedo: è possibile recuperare nel mondo del lavoro il significato di “valore”, che è il legame tra la “realtà” delle cose e la “realtà” dello spirito? Prima di un concetto economico o fisico, il valore è un’essenza spirituale legata all’essere e non al fare, perché è una qualità del reale più che un’azione, sia essa reale o finanziaria. È il motore del lavoro. Il valore è quella scintilla, fragile, ma capace di illuminare le nostre tenebre, che appare “all’incrocio del nostro desiderio infinito di essere con le condizioni finite della sua realizzazione” (Paul Ricoeur).
  4. Il lavoro è fondamento di comunità.
  5. Il lavoro come promozione di legalità.

La Chiesa italiana vi invita a essere efficaci su questo tema attraverso quattro momenti che saranno ripresi alla Settimana Sociale:
1. La denuncia: sfruttamento, lavoro nero, insicurezza, disuguaglianza, disoccupazione, problematiche legate ai migranti.
2. La narrazione di come è cambiato il lavoro.
3. L’individuazione di buone pratiche: raccontarle per fare rete.
4. Le proposte da presentare al livello istituzionale.

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Tre urgenze

In questo scenario liquido e di instabilità internazionale, in cui la Banca d’Italia afferma che “il tasso di disoccupazione è sceso all’11,5 per cento (dal picco del 12,8 registrato alla fine del 2014)”, il mondo del lavoro ha davanti a sé tre sfide.

Il rapporto uomo/macchina

  1. Come governare il processo macchina-lavoratore nel tempo del postumanesimo. Dalla centralità dell’umano alla gestione della tecnica: qui l’urgenza è una governance internazionale.

Gestire la precarietà

La precarietà è un elemento sistemico. È il frutto del classico paradigma duale: la precarietà esiste perché esiste la subordinazione. Nel codice del 1865 si deprecava il vincolo del tempo e dello spazio, poi, con il codice civile attuale e lo statuto dei lavoratori, il sistema si è posizionato sul modello opposto.

In crisi è proprio il paradigma del lavoro che aveva creato subordinazione e precariato. Sul piano culturale siamo così chiamati a distinguere il worker, il lavoratore tout court, dall’employee, il lavoratore subordinato, sostiene il giuslavorista Ciro Cafiero.

È utile concentrare il dibattito sulle nuove forme di subordinazione dell’impresa, in cui rientra anche lo smart working, per regolare un nucleo comune di diritti, come le tutele previdenziali, assicurative, ecc. Andiamo incontro a una crescente autonomia di organizzazione dei fattori tempo e spazio, produttività e responsabilità.

La precarietà, la possiamo definire un elemento sociale dinamico che riguarda tutti nel mondo del lavoro, dipende da inarrestabili fenomeni globali di convergenza di modelli organizzativi e produttivi – le aziende hanno le gambe, si muovono ovunque, fiutano il business, scelgono dove stare, cosa fare, come fare – con chi stare – cosa robotizzare – il tutto per risparmiare su costi fissi – è l’immagine della lupa nella novella di Verga.

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Esiste “una cattiva precarietà”, direbbe Michele Faioli, che è l’incapacità di adattarsi e rispondere a quel mondo che cambia – viene imposta dalla disorganizzazione della scuola, dell’università e delle famiglie che a volte rallentano il processo di maturazione del giovane annientando la volontà di trasformazione.

Sono dunque necessari processi spirituali e formativi non solo tecnici ma anche umanistici, che investano sul talento e sulla valorizzazione del talento. Servono “mentori” qualificati che accompagnino il percorso dei giovani lavoratori.

È necessario avviare percorsi specializzati e personalizzati – e per l’Occidente significa Tech e Digital con inter-disciplinarietà (Tech e Medicina, Tech e Law, Tech e Amministrazione, Tech e Arte, etc.) – il lavoro vero per il bene del Paese/Europa e di ciascuno sarà solo lì – ciò che è terziario, servizi, artigianato, etc. Ci sarà spazio per i servizi alle persone non più abili (dato invecchiamento demografico).

I giovani diventati maggiorenni dopo il 2000, definiti i millenials, non solamente sono consapevoli della crisi economica e sociale che preclude loro di cullare sogni e desideri, ma in mezzo al «deserto delle opportunità» sono in grado di sperimentare nuove vie, sorprendendo genitori ed educatori. Imparano lingue, diventano presto artigiani digitali, sono autodidatti; attraverso i social network si confrontano con i loro coetanei di diverse parti del mondo e si raccontano non più attraverso scritti o libri, ma con foto e brevi messaggi, in una sorta di connessione continua. È il loro modo di vivere il tempo: i giovani investono progetti e risorse nell’«eterno presente» senza angosciarsi del futuro. Ne è prova la loro reattività positiva e la voglia di spiccare il volo. Sono tutt’altro che passivi e defilati.

Ritrovare un patto generazionale perduto

Per restituire ai giovani la possibilità di progettarsi il futuro occorre rifondare un «patto strategico generazionale», un provvedimento quadro che ripensi il valore delle pensioni, introduca prepensionamenti per agevolare nuove assunzioni, agevolazioni fiscali per le nuove imprese, un trattamento fiscale preferenziale per gli utili non distribuiti, attrazione degli investimenti esteri, fidi e garanzie per le banche che finanziano imprese che assumono, rispetto dei tempi dei pagamenti della pubblica amministrazione, snellimento delle incombenze amministrative e sostegno all’occupazione femminile. Bisogna poi aggiungere un dato: ci sono circa 100.000 posti di lavoro a disposizione, quali, ad esempio, quelli di saldatori, cuochi, infermieri, esperti di marketing, falegnami, ingegneri, commercialisti, fabbri, che le aziende non riescono a trovare.

Perché i giovani stanno soffrendo uno sfruttamento quotidiano negli stages, nei lavori mal o mai pagati, negli affitti proibitivi, nelle promesse ancora non realizzate dal Governo?

La lettura sulla condizione dei giovani parte sempre dalla prospettiva dell’adulto. E se i giovani fossero vittima di una narrazione sociale dovuta alla crisi dell’adulto?

A porsi questa domanda è stato Marco Paolini, il quale in uno spettacolo fotografa la realtà italiana con queste parole:

«“Adulto” è il participio passato del verbo “adolescere”, colui che ha finito di crescere. Oggi conosco molti più “adulteri” che adulti. Adulteri a se stessi, ovviamente […]. Il mio, il nostro Paese oggi è questo, il più vecchio del pianeta; e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo, sì, sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo. Perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi. Secondo gli italiani, si diventa vecchi a 83 anni; siccome l’attesa di vita è 81, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti. Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi di fare outing. Dichiaratevi adulti, rinunciate a quella idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa. Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha, il resto si è seccato; quello che sei in potenza da giovane non ce l’hai dopo; se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti, è perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso che ci impedisce di leggere la realtà. Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità»3.

Questo è il punto: una società in tempo di crisi ha bisogno di adulti che abbiano princìpi e regole con cui crescere e accogliere le giovani generazioni nel mondo del lavoro.

Il nuovo paradigma di impresa ha bisogno di persone adulte! La storia è ciclica e ce lo insegna. A dircelo è il padre dell’economia liberale.

Per John Stuart Mill l’impresa capitalistica – fondata com’è sul principio di gerarchia – era un residuo del mondo feudale, mentre il movimento cooperativo favoriva il principio di libertà.

Celebre è rimasta la sua profezia: “non c’è nulla di più sicuro tra i cambiamenti sociali del prossimo futuro di una progressiva crescita del principio e della pratica della cooperazione” (cap. IV dei Principles of Political Economy del 1852).

[1] Questo principio si basa sull’uguaglianza sostanziale (art. 3, comma 2), sul diritto al lavoro e sui diritti del lavoro (artt. 4 e 35), e sul governo pubblico dell’economia (artt. 41 e 42). Per approfondire l’argomento, cfr F. OCCHETTA, Le radici della democrazia. I principi della costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici, Milano, Jaka Book, 2012. Id., «Nuove forme di democrazia partecipativa», in Civ. Catt. 2013 I 234-245; Id., «La crisi della democrazia?», in Civ. Catt. 2013 II 61-74; Id., «I cattolici in politica: aurora o eclisse?», in Civ. Catt. 2014 I 47-57.

[2] Il principio lavorista dell’art. 4 della Costituzione italiana ha permesso la formulazione di articoli lungimiranti, come, ad esempio, quelli che sostengono il diritto alla «retribuzione proporzionata alla quantità e qualità» del lavoro, sufficiente per un’«esistenza libera e dignitosa»; garantiscono i riposi settimanali e ferie annuali retribuite inderogabili (art. 36); affermano i diritti e «lo stato di parità della donna lavoratrice» (art. 37); promettono i mezzi necessari anche per il cittadino inabile al lavoro e prevede la tutela per malattia, invalidità e disabilità (art. 38); autorizzano l’organizzazione sindacale e il diritto di sciopero (art. 39); riconoscono la libertà dell’iniziativa privata (art. 41), che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale». Cfr A. Q. Curzio, «La Costituzione e l’economia», in La Costituzione della Repubblica italiana, Milano, Il Sole 24 Ore, 17.

[3] Per noi riveste un particolare rilievo il radiomessaggio del 1942 di Pio XII sulla «dignità umana», che precisa come la costruzione di un nuovo ordine di pace per un Ordinamento istituzionale passi attraverso la protezione della famiglia e i diritti dei lavoratori (salario giusto e familiare, diffusione della proprietà, aumento del livello culturale). Insomma, nuove generazioni, lavoro e famiglia sono inseparabili nel pensiero sociale della Chiesa.

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