La salute in Italia tra etica e diritto

Oggi il significato di salute si basa su una nozione liquida che oscilla tra lo «star bene» e il «ben-essere». In questi ultimi anni la salute include l’equilibrio psicologico, l’equilibrio emotivo (serenità), una buona capacità relazionale. Il concetto di salute (health) arriva a includere il fitness, con standard di prestazioni da migliorare, ma che non si possono misurare a causa dell’aspetto soggettivo che rimanda a un «poter essere», a un costante essere in fieri.

E’ però possibile garantire ancora a tutti la cura?
I poveri riescono a farsi curare?
Il difficile rapporto medico paziente cosa sta generando a livello sociale?
Curare la “salute sana” è legittimo in un Ordinamento con risorse finanziarie scarse?
Quali riforme politiche sono urgenti?

Rispondo a queste domande nello studio LA SALUTE TRA ETICA E DIRITTO

img_81801-38La relazione tra medico e paziente

La relazione medico-paziente, fatta eccezione per le situazioni di emergenza, è il presupposto della totalità dell’atto medico. Senza questa, l’operare del medico può diventare difficile e il paziente non può trarre nessun beneficio, se non addirittura un danno, come quando, ad esempio, rinuncia a farsi curare. Ma questa relazione, sul piano antropologico, ha anche altri significati: è un incontro di persone di pari dignità, un confronto tra la sofferenza e l’arte della medicina.
Negli ultimi decenni, per motivi dipendenti da vari fattori (psicologici, culturali, sociali, politici ecc.), questo rapporto stenta a trovare un equilibrio. Sembra un paradosso: mentre le terapie sono sempre più efficaci, l’azione personale del medico e il suo rapporto con il malato si sono affievoliti, al punto che Shorter lo ha definito «rapporto tormentato» .

Ci si sente sempre meno «pazienti» e sempre più «clienti». Il medico rischia di essere considerato non più il garante della salute, ma soltanto un «professionista». La rottura del rapporto di fiducia ha condotto così i medici a dover stipulare forti assicurazioni per proteggersi da eventuali errori, e i pazienti a ricorrere agli avvocati — che purtroppo ricercano clienti andando di persona nelle corsie degli ospedali — per iniziare un ricorso. L’estensione della medicina risarcitoria rischia di incorrere nei casi della medicina difensiva. Questa cultura del sospetto ha portato ad una «giuridizzazione» del rapporto tra medico e paziente e ad una contrattualizzazione del consenso legale.
Nel modello personalistico, questo rapporto è rappresentato dall’alleanza terapeutica, che è un rapporto di libertà-responsabilità tra il paziente e il medico: quest’ultimo non si sostituisce alla responsabilità del paziente (paternalismo medico), ma non diventa neppure mero esecutore della volontà del paziente (contrattualismo). Pertanto questo rapporto è l’incontro tra la fiducia del paziente e la coscienza formata del medico. Lo ribadisce Maria Grazia Marciani, neurologa e docente universitaria: «L’alleanza medico-paziente indica un accordo su aspetti della medicina che sono intrinseci alla dimensione umana di entrambi i protagonisti, e non un patto legale, né un contratto di tipo economico. Perché il rapporto medico-paziente si stabilisca, il medico deve acquisire una capacità relazionale matura: comprendere e non solo prescrivere, ascoltare e non solo parlare, esserci e non solo fare, sentire e non solo agire. Sono queste in sintesi le condizioni che danno al rapporto medico–paziente un reale valore terapeutico».

Per comprendere il valore della relazione medico-paziente basti pensare alle conseguenze di ciò che spesso accade nella routine clinica. In un reparto può capitare che la patologia da cui è affetto un paziente sia difficile da capire sul piano diagnostico e anche terapeutico. Il caso viene discusso avvalendosi anche della competenza di altri specialisti per il bene del paziente, inteso come guarigione o remissione dei sintomi. Se però il medico si dimentica di «guardare in volto» il paziente, di comunicargli in maniera adeguata e comprensibile la difficoltà del caso e gli eventuali dubbi diagnostici, il paziente inizia a nutrire sfiducia nel medico stesso, fino a sentirsi abbandonato. È invece nella forza dell’incontro che si fonda la personalizzazione della medicina.
Quando poi non c’è più niente da fare, allora anche agli operatori sanitari altro non resta che «essere umani verso gli umani, che fra noi dimori il fra noi che ci rende uomini. Perché se questo venisse a mancare, noi cadremmo nell’abisso, non tanto del bestiale, quanto dell’inumano o del disumano […]. Questo reciproco e primitivo riconoscimento, è in un certo senso il banale e l’ordinario della vita […]. Allora succede che la luce di un viso, la musica di una voce, il gesto offerto da una mano, d’un tratto dicano tutto; e che, per esempio, quest’uomo sfinito, che la gente credeva annegato nell’assenza, indichi, con un movimento quasi invisibile, la presenza della presenza». (M. Bellet, «Incipit o dell’inizio», Milano, Servitium, 1997, 13 s).
Eppure medici e infermieri che hanno lasciato una traccia nella storia, pur nel silenzio, ce ne sono molti, come ad esempio il Moscati la cui memoria continua ad essere custodita.

La personalizzazione della medicina

Certo, il ruolo del medico è cambiato. Egli non viene più considerato con quel carattere di sacralità e di paternità che gli si riconosceva un tempo. L’art. 32 però lascia una eredità: la personalizzazione della medicina legata alla biologia e alla storia del paziente. È nell’accogliere il limite dell’ammalato che si evitano gli sprechi, anche economici del sistema. Altrimenti, come sottolinea Maria Pia Garavaglia, «si rischia di aumentare i costi e di sottrarre servizi ai più poveri, che non possono ricorrere alla sanità privata» (M. P. Garavaglia, «Poveri malati», 21 gennaio 2016).
L’evoluzione dei codici deontologici, da quelli permeati di paternalismo illuminato in chiave di scienza e coscienza fino ai più recenti, indica lo sviluppo di questo cammino: dal 1978 — quando la deontologia medica limitava la necessità di acquisire il consenso del paziente ai casi in cui si prospettava un rischio per la sua integrità psico-fisica — fino al Codice di deontologia medica del 2006, dove il consenso informato è un diritto fondamentale e un presupposto di liceità di ogni trattamento sanitario.
Tuttavia la deontologia non basta. La qualità della medicina emerge in un passaggio, quando la professione si trasforma in missione; quando, invece di delegare la propria responsabilità, i medici seguono di persona i pazienti, controllano l’evoluzione delle loro malattie, emettono la certificazione solamente dopo aver verificato personalmente lo stato del paziente. Farsi prossimo significa avvicinarsi agli aspetti più intimi dell’ammalato, affinché le parole inizino a lasciare spazio all’incontro. Per il credente, anche i gesti più banali sono terapeutici: la mano sulla mano del malato che si posa sul letto o una carezza sul volto permettono di far sentire il medico come un compagno di viaggio.

Verso quale benessere andiamo? La contrapposizione tra la cura e il prendersi cura ecco l’approfondimento di Vita.it

Per approfondire il tema più in generale leggi lo studio!

 

Male nurse pushing stretcher gurney bed in hospital corridor with doctors & senior female patient

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