Enrico Medi: la sua fede e la sua ragione. Le due ali per contemplare la verità e il bello.

scienza e fedeSe volessimo riassumere Enrico Medi in una citazione sceglieremmo questa:
“L’uomo diventa grande quando nella sua piccolezza raccoglie la grandezza dei cieli e lo splendore della terra ed al Padre comune li offre in adorazione e in amore”[1].

Scienziato geniale, oratore affascinante, instancabile organizzatore, marito fedele e padre affettuoso, politico leale, divulgatore semplice, amico devoto, educatore profetico…

madi 1Enrico Medi fu tutto questo e altro ancora. Egli aveva una concezione antropologica molto chiara: “L’uomo non è fatto a cassetti: qui il fisico, là il religioso, il politico, il filosofo.

L’uomo è uno ed ha delle cose una concezione unitaria: distinta ordinata, ma armonica”[1]. Ed egli, malgrado le svariate e differenti attività che svolse nel corso della vita, cercò e trovò la sua armonia in Dio. Non ci stupiscono dunque queste sue parole:

nessun essere creato ha in sé la completezza: ciascuno rappresenta, contiene un particolare e limitato modo di essere, con sue caratteristiche che lo distinguono dagli altri. Prendiamo l’esempio elementare delle particelle fondamentali, protone ed elettrone. Cariche opposte, masse diverse, ecc. Eppure proprio a causa di queste diversità è possibile la complementarietà delle reciproche azioni: agendo l’uno con l’altro danno l’elemento più semplice, l’atomo di idrogeno. Diversità e complementarietà sono quindi due caratteristiche che ritroviamo universalmente presenti nella natura, e tanto più accentuate quanto sono gli esseri. […] L’uomo, come tale, ha una sua completezza di animo e di corpo, è una persona cosciente, operante, ma la sua completezza non è totale. Egli è limitato, finito, tende, nella distinzione delle persone, nella diversità dei caratteri, a completare la propria natura e a dare origine ad un’unità misteriosa. […] Questa unione si realizza nel mistero del matrimonio. […] È vero che un fine del matrimonio, diciamo il fine naturale, è la generazione dei figli, ma il fine del fine, cioè la ragione per la quale Dio ha scelto questa strada, è l’elevazione dell’uomo ai vertici insondabili dell’Amore”[2].

L’eredità che Enrico Medi ci ha lasciato è estremamente ricca. Discorsi, scritti scientifici, interventi parlamentari, trasmissioni televisive, meditazioni, lettere personali, opere di divulgazione… ma probabilmente il tesoro più prezioso è il suo sguardo profetico sul mondo, sempre così denso di Dio ma mai distaccato dall’uomo, nella sua pienezza e complessità storica.

Per Medi, ex alunno dei gesuiti: “Dio è autore della natura e della rivelazione. Sono due strade diverse che portano alla Sua parola nella quale non può esistere contraddizione. La fede è più diretta, tocca argomenti di valore infinito, Dio direttamente; la scienza indaga la natura con i mezzi che le sono propri. E man mano che la scienza procede, la fede ne riceve conforto”[1].

La sua giornata iniziava e finiva regolarmente con un intimo e semplice colloquio con Dio. “Guardate l’incapacità di meditare che ha il mondo moderno. Il mondo moderno legge, legge, legge. Cioè la gente, i giovani, non sono più abituati a prendere una pagina, cinque righe del Vangelo, delle Lettere degli Apostoli, …”[2].

Enrico, grazie a questa vita di fede, ha sempre saputo riconoscere nella storia i segni e la trascendenza di Dio: creazione, incarnazione e risurrezione, pur distinti, sono parte dell’unico Mistero.

Enrico, per molti anni, ebbe San Pio da Pietrelcina come direttore spirituale: il loro rapporto fu caratterizzato da una profonda stima reciproca e da una devozione filiale da parte di Enrico[3].

Fu particolarmente devoto e fedele ai Papi: ebbe modo di conoscere personalmente e, talora anche collaborare, con Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Il rapporto più intenso fu quello con Pio XII che considerava Enrico il suo trait-d’union con il mondo della scientifico.

Molti suoi amici furono sacerdoti (su tutti ricordiamo il già citato P. Antonino Gliozzo): egli amava definire i sacerdoti “astronauti di Dio” perché – per Enrico – il sacerdote è colui che deve “portare le anime non sulla luna, ma, travalicando gli infiniti spazi, fino al cuore del Creatore”[4].

La sua spiritualità emergeva soprattutto nei discorsi. Enrico era ben consapevole di aver ricevuto un dono – “il mio piccolo dono è la parola: affascinante, misterioso dono fatto da Dio alla sua creatura prediletta. La parola è un poco una sintesi del sentire e del donare: il ponte dell’intendersi, la via dell’amarsi[5] – e per questo motivo non accettava denaro se non quello delle spese di viaggio.

Ma malgrado le chiari doti oratorie, riconosciute da tutti, anche da altri ottimi oratori – il p. Virginio Rotondi ebbe a dire “non bisogna mai accettare di parlare dopo Enrico. Chiunque ci capita – Enrico, qualsiasi argomento trattasse, sapeva toccare l’animo degli uditori. Egli, infatti, guardava negli occhi l’uditorio, osservava le loro reazioni, stabiliva un contatto di anime (il più delle volte non seguendo la traccia data agli organizzatori) e li conduceva ad una profonda empatia, in cui trapelava l’assoluta fede nell’uomo e in Dio.

universeCosì anche la vita di Medi illustra le parole della Fides et ratio: “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso”. (n.1).


[1] E. Medi, Fede e progresso scientifico (conferenza) – in De Marco 253.

[2] E. Medi, da un “discorso ai sacerdoti del 1969”, citato in In faccia al mistero di Dio, 11.

[3] FRANCESCO: nel libro di p. Glizzo ci sono alcune pagine su P.Pio (93-97) ma ho tagliato solo per non appesantire il testo. Vedi tu se è il caso di ampliare.

[4] E. Medi, Astronauti di Dio, Siena 1984, 7.

[5] E. Medi, Meditazioni ad alta voce, Brescia 1957, 5.

 

1911: Enrico Medi nasce il 26 aprile a porto Recanati da Arturo e Maria Luisa Mei.
1914 – 1920: risiede a Belvedere con la famiglia e i nonni.
1920: il 20 ottobre nella cappella privata della casa di Belvedere riceve la prima comunione.
1920: si trasferisce a Roma e compie gli Studi nel Collegio Santa Maria e all’Istituto Massimo.
1932: Consegue la laurea in fisica pura. È diretto da Enrico Fermi e diventa assistente di Antonino Lo Surdo.
1937: Ottiene la libera docenza in fisica terrestre.
1938: Si sposa con Enrica Zanini con la quale avrà sei figlie.
1942: Vince la cattedra di fisica sperimentale all’Università di Palermo.
1946: È eletto dall’Assemblea Costituente nelle liste della DC.
1948: È eletto deputato al Parlamento.
1949: Diventa Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e predispone una rete di Osservatori Geofisici in tutta Italia.
1952: Occupa la Cattedra di Fisica Terrestre all’Università di Roma.
1953: Rinuncia alla carriera politica.
1954: Tiene corsi di fisica sperimentale per la Rai-Tv.
1958-1965: Nominato Vice Presidente dell’Euratom.
1965: Si dimette dall’incarico per gravi motivi di coscienza.
1966: È nominato dalla Santa Sede membro della Consulta dei Laici per lo Stato della Città del Vaticano.
1971: È eletto Consigliere al Comune di Roma.
1972: È eletto Deputato al Parlamento.
1974: Il 26 maggio muore a Roma. Riposa nella tomba di famiglia a Belvedere.



[1] E. Medi, In faccia al mistero di Dio, Torino 1980, 2.

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