L’identità cristiana in politica è la compassione

Il 18 giugno sono stato intervistato per il blog ‘Confini’ di RaiNews, proprio sul tema dell’identità cristiana. Sugli stessi argomenti anche Marco Fornasiero ha voluto approfondirli in questo dialogo pubblicato nel sito www.ucsi.it

Il 18 giugno sono stato intervistato per il blog ‘Confini’ di RaiNews, proprio sul tema dell’identità cristiana. Sugli stessi argomenti anche Marco Fornasiero ha voluto approfondirli in questo dialogo pubblicato nel sito www.ucsi.it

A partire dalla sua ultima analisi sui nuovi scenari politici dopo il voto europeo pubblicata dalla Civiltà Cattolica come interpreta la comunicazione politica della Lega?

A riguardo è già stato detto tutto e comunque Salvini non ha vinto per i simboli e le espressioni religiose che ha utilizzato. Tuttavia la comunicazione è sempre un comunicarsi, dice e mostra ciò che si nasconde nelle intenzioni. Assistiamo a una strategia comunicativa che ha almeno tre scopi come ho recentemente dichiarato: rivestire il potere di sacro; utilizzare l’identità religiosa per escludere chi rimane fuori; far credere che basta il medium, l’oggetto, per testimoniarne con la vita il senso e il significato.

Invece nel Vangelo il potere è servizio agli ultimi; il termine cattolico significa universale; la vita di fede si misura sulla coerenza tra le parole dette e la testimonianza vissuta.

Solo la Lega comunica così?

Anzittutto e per fortuna non tutti della Lega che sta amministrando in più di 5.000 comuni su 8.000. Ma anche alcuni vertici del M5S non sono estranei a questo tipo di linguaggio. Nell’aprile 2016 anche Beppe Grillo aveva chiamato sul palco del Lingotto, a Torino, i politici del suo movimento per inscenare una sorta di «comunione», dicendo a ognuno: «Questo è il mio corpo». Un gesto offensivo e blasfemo per un credente. Ci sono anche partiti della sinistra che nascondono o coprono i simboli religiosi pensando di migliorare la laicità dello Stato. Ma in questo modo fanno diventare religiosi i principi stessi dello Stato. E la Francia che si sta pentendo, ne è l’esempio.

La Lega è il più antico partito che siede in Parlamento. La sua tradizione e militanza si è sempre molto basata sul simbolismo. Lei vede una continuità tra il linguaggio di Bossi e quello di Salvini?

Esiste uno sviluppo interrotto dall’esperienza della segreteria di Maroni che Salvini, abilissimo comunicatore, ha portato all’estremo. Nella cultura leghista esistono simboli sacri, come Alberto da Giussano con la spada, i riti pagani sul Po, la cerimonia dell’ampolla con l’acqua del fiume, il giuramento di Pontida e oggi anche il Rosario e il Vangelo. Si tratta di un politeismo che giustappone segni diversi con un significato univoco, simile a quello degli amuleti. I segni cristiani vengono utilizzati fra gli altri nella costruzione politica di un’identità religiosa etnico-nazionale, basata sulla contrapposizione tra un «noi» ideale (i padani prima, gli italiani oggi) e un «loro» da respingere (quelli «dal Po in giù» prima, gli immigrati oggi, gli europei domani ecc). È un modo di fare antico che io ho conosciuto in America Latina da molti predicatori protestanti di alcune correnti radicali.

Questa specie di “cattolicesimo identitario” (con forti venature reazionarie e xenofobe), che ha la benedizione dei circoli sovranisti europei, può costituire un pericolo per la missione della Chiesa?

Una preoccupazione, più che un pericolo. Quando si ha paura di costruire nuovi mondi – come per esempio l’Europa multiculturale – riaffiorano linguaggi identitari come quello di Trump negli Stati Uniti d’America, di Bolsonaro in Brasile, di Orban in Ungheria. L’alternativa è quella testimoniata da cattolici come De Gasperi e Moro, Dossetti e La Pira e molti altri che hanno costruito la democrazia compiendo una scelta diversa: quella dell’inclusione e della dignità, della solidarietà e, soprattutto, della laicità. Laicità che non è negazione né neutralità del proprio credo nello spazio pubblico, ma ascolto, condivisione, incontro e dialogo con le altre culture. Occorre scegliere tra inclusione ed esclusione; tra il nuovo mondo e il vecchio.

Di recente il Ministro dell’Interno, dopo la notizia di un differimento della pena a una donna Rom incinta ha scritto parole molto dure, ha auspicato che resti a lungo in carcere, che sia “messa in condizione di non avere più figli e che i suoi poveri bimbi siano dati in adozione a famiglie perbene”. Davanti a queste parole cosa può fare la Chiesa?

Sono parole che spaventano. La responsabilità del Papa e della Chiesa è essere voce della coscienza sociale che distingua il bene dal male e le scelte umane da quelle dis-umane. Se i media e i social moltiplicano il “cattivismo”, l’alternativa non è il buonismo, ma la responsabilità morale inscritta nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Mt 7,12). Le parole possono costruire o distruggere, sono come fiammelle che possono devastare intere foreste.

Il credente che comunica deve ispirarsi al Vangelo, non al potere, ci ispira il capitolo 10 del Vangelo di Luca, in cui un samaritano, mosso dalla compassione, si ferma a curare un giudeo ferito, sebbene la sua cultura lo consideri un nemico; oppure la potatura dei tralci che hanno più vita, o la forza che viene donata nella pagina delle beatitudini ai costruttori di giustizia, o ancora il giudizio finale nel Vangelo di Matteo, dove risuonano le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per la comunicazione è necessario in questo momento storico fare una scelta: includere o escludere, la prima costruisce nuovi mondi, la seconda rimane intrappolata dalle tante paure che sono presenti in società. È questa la soglia della nuova comunicazione politica.

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