Il Natale dimenticato

E’ vero. Sono in molti che ci insegnano cos’è il Natale con versetti della scrittura o citazioni varie. E’ più raro, invece, leggere “cos’è il Natale per me” o che impegni o cambiamenti ci provoca. Condividere a questo livello aiuterebbe molti a ritrovare un senso, anche sociale e politico. Invece il Natale sembra sempre più dimenticato, lo rivela uno studio pubblicato di recente su un quotidiano nazionale. Ciò che segue è semplicemente la condivisione di una mia breve meditazione ai giornalisti del TG5 che mi hanno invitato a celebrare “il loro” Natale.

Va premesso. Il Natale non è un simbolo, una identità che separa da altre o una meta-racconto. Per il credente il Natale è la storia di un Vivente, che è nato da una vergine, ha vissuto come uomo, è morto in croce da innocente e giusto per espiare il male degli uomini, poi è stato risuscitato dall’amore di Dio padre.

 

Il nostro futuro si nutre di quel punto del passato. Colpisce sempre la potenza dell’annuncio storico del Natale: «All’epoca della 194° Olimpiade; nell’anno 752 dalla fondazione di Roma; nel 42 anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, nella sesta età del mondo, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, (…) nasce in Betlemme di Giuda».

Partiamo da qui, per riscoprire il Natale a partire dal senso di tre parole. La prima parola è pace, condizione perché Gesù possa anzitutto rinascere nel cuore. In quel momento «regnava la pace». C’è bisogno di pace. C’era pace nel cuore di Maria e nel cuore obbediente di Giuseppe per permettere al Verbo di rivestirsi di carne. E’ attraverso questa condizione che la Vita si trasmette, anche il presepe si anima, ciascuno trova un suo posto e anche negli angoli del mondo quella storia continua a vivere.

Alda Merini lo descrive così: Oh, generoso Natale di sempre! Un mitico bambino che viene qui nel mondo e allarga le braccia per il nostro dolore.

La seconda parola è discernimento. Davanti al Vivente, che nascendo “allarga le braccia per il nostro dolore” e anticipa col suo gesto la croce, sono solo due le scelte possibili: stare dalla parte della Vita o stare da quella della morte. Occorre scegliere mille volte al giorno perché sia Natale. Dalla parte della Vita, non dell’eterno sopravvivere, la vita che non ha paura di pagare il prezzo dell’amore che si chiama morte.
Il Natale è un “racconto giornalistico”, va raccontato, non edulcorato o strumentalizzato. Per animare il Natale occorre che la storia del Vivente si racconti da padre in figlio, da nonno a nipote; le madri fanno esperienza del miracolo della vita e i padri (anche spirituali) sono chiamati a difenderla e a proteggerla, allo stesso modo le culture e la politica.  Allora se la Vita si trasmette anche il presepe si anima, ciascuno trova un suo posto e anche negli angoli del mondo quella storia continua a vivere.

E’ così che vive il Natale. La condizione è avere pace nel cuore e avere cura delle parole che escono da noi. Due persone che trasmettono un annuncio o una notizia, vengono ascoltate diversamente in base alla loro forza interiore che determina il modo e il dove nascono le parole. Quel luogo lo possiamo definire la culla della vita, condizione del Natale.

 

La terza parola è “regalo”. Bisogna fare regali con la stessa logica di Dio. Donare, per donarsi. Da questo dono immenso di Dio che dona il Figlio, nascono i regali che sono doni nel Dono. È nel donatore che vive il regalo, non nel consumo che ci consuma. È nella gioia di un segno che si nasconde la presenza, non nella compulsione degli acquisti delle cose. Un bambino può avere la casa piena di giochi ed essere triste perché è solo, può averne pochi ed essere contento perché gioca con il donatore.

Il Natale è il dono della Presenza nel tempo presente, ben descritto nelle righe di una poesia di Elli Michler. Lo ripetiamo: a Natale non si diventa più buoni, ma più umani sì. Per questo ci vuole tempo, per fermarsi, riflettere, ridere, donarlo agli altri e per avanzarne un po’ per se. Oggi, non domani.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.
Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

 Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.

La potente immagine che ci consegna il Natale è quella di tenere in braccio un neonato. Quando si sceglie di farlo le persone e le culture non hanno tempo per pensare a farsi la guerra, sono de-centrate per crescere responsabili le giovani generazioni.

2 Comments

  1. 1

    Grazie padre Francesco per questa meditazione solida e coinvolgente del Natal.
    Un caro augurio anche a te e a tutti e tutte che ci leggono.
    Giorgio Acquaviva e famiglia

  2. 2

    Ti ringraziamo anche noi, padre Francesco, per questa riflessione che ci accompagna sulla via del Natale della concretezza. Per essere più umani. E per non “sopravvivere”.
    Un carissimo augurio!
    Alberto e Cristina Lazzarini

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