Rousseau e il suo rapporto con Dio (IV parte)

Negli scritti di Rousseau l’esperienza religiosa è presente, tocca la dimensione di attesa dell’umano, ma non è ancora esperienza di fede. Gesù è per lui l’uomo perfetto, ma non il Figlio di Dio; non crede infatti né nell’incarnazione né nella risurrezione né tantomeno nel Dio trinitario. Si professa cristiano, ma in realtà è un teista storico che si limita a credere nella trascendenza da cui fa dipendere la sua visione dell’etica. Nei suoi scritti a volte parla di un dio personale altre volte di un essere impersonale, anche se sempre caratterizzato da una volontà e da una provvidenza. Secondo Rousseau l’afflato religioso passa attraverso i sentimenti e il cuore, le condizioni che portano l’uomo a fare esperienza di Dio nascono dalla bontà e dal compimento di atti buoni. A livello personale crede in un rapporto intimistico con Dio, che definisce il «Grande Essere» nella Nuova Eloisa. In altre parole per una matura vita di fede, qualsiasi mediazione umana ed ecclesiale sono superflue, anzi sono un ostacolo. La stessa parola del Vangelo non può essere superiore e più normativa della voce della coscienza che considera legata ad impulsi istintivi e non alla «voce di Dio nel cuore dell’uomo», come invece la definirà qualche anno più tardi il card. Newman. Ma per Rousseau l’uomo è chiamato dalla natura a credere; «gli atei sono talmente assorbiti dai loro ragionamenti da soffocare la voce della coscienza […] L’ateismo è una convinzione dei benestanti, di coloro che snobbano la miseria altrui. Essi dimenticano che il cristianesimo è innanzitutto attento a chi soffre, un punto che per Rousseau è fondamentale»[1].

A livello politico, invece, la legittimazione della religione è servita a Rousseau per dare forma al suo progetto di religione civile che, paradossalmente non si basava sulla riformare delle religioni tradizionali, ma su una religione naturale utile per la città, che avrebbe permesso sia una forte coesione sociale, sia la capacità di riconoscere le leggi come sante, proprio grazie all’obbedienza del cittadino alla volontà generale. La religione civile doveva entrare nello spazio pubblico per fondare una sorta di valori comuni e condivisi, per dare senso alle opere dei cittadini e per custodire la giustizia e la pace sociale. Insomma, il suo progetto politico è in realtà un progetto di laicizzazione del religioso.

[1] Intervista a Ghislan Waterlot, «Rousseau fra Cristo e i Lumi», in Avvenire, 31 gennaio 2012, in <www.avvenire.it>. Si veda anche R. Gatti, Storie dell’anima. Le Confessioni di Agostino e Rousseau, Brescia, Morcelliana, 2012.

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