Alla scuola della giustizia riparativa

Di recente Grazia Mannozzi e Giovanni Angelo Lodigiani hanno scritto il primo manuale universitario sulla giustizia riparativa dal titolo: Giustizia riparativa. Formanti, parole e metodi. Si tratta di un’opera importante per il nostro sistema giuridico che non pretende di sostituire il modello classico ma di migliorarlo umanamente. Ecco un breve dialogo con gli autori.

Da dove parte la vostra proposta, da quale dato di fatto?

Il linguaggio utilizzato nella vita quotidiana appare spesso duro, aggressivo, denso di rimproveri, talvolta violento. Crea divisioni, alza muri; in queste condizioni, anche il diritto, chiamato regolare i comportamenti delle persone, incontra difficoltà crescenti nel dare risposte ai conflitti.
Nonostante i processi e le pene, il conflitto spesso permane, a volte espresso, a volte latente, ma sempre visibile attraverso il linguaggio, anche non verbale, delle persone.
La Giustizia riparativa cerca di lavorare, per curarli, sia sui conflitti originati da un reato o che si sono espressi attraverso il reato, sia sui conflitti più piccoli ma non per questo meno gravi, come, ad esempio, i conflitti scolastici.
Per fare questo ha bisogno di creare uno spazio per la parola, per l’ascolto, ha bisogno di un linguaggio rinnovato, non giudicante né distruttivo ma che possa invece promuovere empatia, riconoscimento della vulnerabilità e che ricostruisca pazientemente i fili della dignità e della fiducia lacerati da un reato.
Come pensare alla possibilità di aiutare le persone che hanno violato le norme a sentirsi responsabili verso le proprie vittime e, in generale, verso l’altro? Come curare, come sanare o come ricostruire la dignità ferita, l’umanità infranta, le persone, i legami, lacerati a causa della violazione delle norme e soprattutto di quelle penali?

Come spiegate questo modello di giustizia che sta gradualmente entrando anche nel nostro Paese?

La Giustizia riparativa, pone al centro della riflessione, e del suo ordinarsi come diritto positivo, il dolore delle vittime chiedendo contemporaneamente a chi ha violato la legge, al reo, di prendere coscienza del male commesso per riparare il danno cagionato alla vittima e alla comunità. La Giustizia riparativa, modello di intervento sui conflitti che affianca la giustizia penale classica, si propone come una dinamica innovativa volta a curare, ristabilire, rinnovare le relazioni tra le persone in quanto, nella memoria collettiva, ed è facile rendersene conto, abbiamo un deposito di conflittualità latente che costituisce un grave problema in quanto aumenta in modo esponenziale la tensione sociale. Questa comunità sociale, questa società che, il più delle volte, chiede l’inasprimento delle pene è chiamata a cambiare il passo, è chiamata a responsabilizzarsi e a diventare una società matura e quindi responsabile perché chiamata a vivere dinamiche che integrano chi ha lacerato i rapporti ed è intenzionato a riparare sia in termini materiali sia in termini relazionali. Chiudere la cella e buttare la chiave, come a volte capita di sentire, non è la soluzione del problema!

Quale proposta contiene il vostro volume?

Nel libro Giustizia riparativa. Formanti, parole e metodi, il primo manuale in lingua italiana di Giustizia riparativa, noi ci occupiamo dei fondamenti teorici e anche dei metodi della giustizia riparativa, delle loro potenzialità ma anche dei loro limiti. Proponiamo un approccio interdisciplinare perché crediamo che oltre alla trattazione della materia nell’ambito del diritto penale, sia necessario un orizzonte più ampio, che diventi un’opzione culturale profonda. Per questa ragione nel testo si trovano raffigurazioni di opere d’arte – volte a far entrare il lettore nel complesso mondo della giustizia con lo sguardo della calda interiorità umana prima che con l’occhio freddo e razionale dell’intelletto – brani di letteratura, storie vere, poesie.

Quali parole chiave utilizzate per spiegare la giustizia riparativa?

Nel libro parliamo di cinque parole, cinque concetti che, secondo noi, fondano e mantengono sani i rapporti sociali. Queste parole sono: ascolto, empatia, riconoscimento dell’altro, vergogna e fiducia. Le passiamo al vaglio della letteratura, della filosofia, dell’antropologia, della sociologia, per coglierne la profondità e superare i luoghi comuni che attorno ad essi sono nati travisando, il più delle volte, il senso, l’etimologia originaria. La Giustizia riparativa lavora costantemente con queste cinque parole. È un libro di diritto sui generis perché non è solo da leggere ma anche da guardare e da guardare con attenzione perché non vuole perdere nulla delle diverse espressioni dello spirito umano!
Per non essere astratti, nella terza del libro, proponiamo le metodologie della giustizia riparativa: dal dialogo riparativo alla mediazione, ai gruppi di ascolto per le vittime. Non si tratta semplicemente di tecniche ma di modalità di ripensare gli incontri, i dialoghi tra le persone: passi il gioco di parole un’informalità formale!
Si tratta di metodologie nate per aiutare le vittima a superare il trauma che consegue all’aver subito un reato, a lavorare in modo costruttivo sui conflitti nonostante la sofferenza, a lavorare sui sentimenti, a lavorare sulla verità che è la prima cosa che cura la ferita di un reato ma sono metodologie applicabili anche a conflitti che non hanno rilevanza penale.

Cosa occorre fare per trasformare un sogno (giuridico) in realtà?

Non ci si può improvvisare operatori di Giustizia riparativa perché condurre una mediazione umanistica non è semplice! La Giustizia riparativa non va confusa con un vuoto buonismo o, peggio ancora, con un pietismo inconsistente. Per questa ragione l’ultima parte del volume, prima delle conclusioni, è dedicata alla formazione dei mediatori ma anche di magistrati, avvocati, operatori sociali.
Il 68% delle persone che escono dalle carceri italiane, dopo aver scontato una pena detentiva, torna a delinquere: ciò significa che qualche cosa non funziona!
Occorre una scelta nuova della società, una scelta che prenda sul serio l’art. 27 della nostra Costituzione!
Operare la scelta culturale della Giustizia riparativa significa compiere una scelta complementare al sistema penale classicamente inteso, ovvero punitivo. Riteniamo si debba agire attivamente sulla nostra memoria per sradicare i pregiudizi. Occorre, come ebbe a dire Howard Zehr, il «padre» della Giustizia riparativa, un cambio di lenti per veder meglio la complessità della realtà penale; occorre imparare a guardare il conflitto con gli occhi delle vittime!

 

Per approfondire vedi anche la Giustizia capovolta

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