La meditazione, la via per riabilitare i detenuti

Agli inizi degli anni Duemila, come ho scritto su La Civiltà Cattolica, alcune cattedre di diritto penale esaminarono in modo approfondito la riforma del carcere di Tihar a Nuova Delhi, in India, come possibile modello di rieducazione. La riforma, elaborata dalla direttrice Kiran Bedi, si basava su un’idea di carcere «correzionale», «collettivo» e «comunitario», e poneva al centro del modello la meditazione profonda. In soli due anni la recidiva di quel carcere di 10.000 detenuti scese dal 70% al 10%, grazie agli effetti della meditazione, che permetteva ai detenuti di conoscersi interiormente e di comprendere il male compiuto. Al termine del Giubileo della misericordia, la proposta continua a provocare gli Ordinamenti civili a una conversione culturale che includa nel modello rieducativo la dimensione spirituale della persona.

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Il cuore delle riforme: la meditazione spirituale

Il centro della «riforma Kiran Bedi» è un’antica tecnica di meditazione, il cui scopo era purificare la mente e la coscienza di coloro che la praticano. La proposta della meditazione Vipassana — che significa nella lingua indiana pali «vedere le cose in profondità» — prevedeva «un corso di dieci giorni, in ambiente chiuso, osservando uno stretto regime alimentare; durante questo periodo, dovevano impegnarsi a mantenere il silenzio, definito nobile silenzio e non potevano comunicare tra loro o all’esterno. Le giornate comincia-vano molto presto al mattino (alle quattro), con otto ore di meditazione intensa, a orari ben precisi» .
A giudizio della direttrice, la meditazione si era resa necessaria perché «i cambiamenti materiali sono assolutamente parziali. Ci voleva un cambiamento radicale, spirituale. La mente umana ha bisogno di nutrimento, di pensieri elevati» .
L’impegno era rigoroso: dieci giorni di pratica intensiva in cui rimanere in silenzio dalle prime ore dell’alba sino a sera. Una sorta di immersione profonda per esplorare la realtà interiore. Il primo corso è stato organizzato per il personale carcerario. Qualche mese dopo, vinti i primi sospetti, parteciparono un migliaio di detenuti. «Il corso aveva trasformato le persone, i detenuti avevano capito ciò che la vita poteva essere, si erano guardati indietro e avevano visto il loro desiderio di vendetta, la loro rabbia ma anche l’oltraggio che avevano fatto alle loro famiglie e alla società, avevano pianto e desiderato essere differenti». I primi tre giorni erano focalizzati sulla re-spirazione, i rimanenti sette sull’acquisto di una nuova consapevoezza del proprio corpo e delle proprie emozioni che portavano al riconoscimento del bene e del male fatto e subito. Alla meditazione partecipano anche i membri dello sfaff mentre i detenuti appartenevano a religioni differenti: induisti, musulmani, sikh, buddisti e cristiani provenienti da molti angoli del mondo, dal Canada allo Sri-Lanka, dalla Tanzania al Regno Unito. Centinaia di testimonianze di detenuti dopo anni certificano l’intuizione di Kiran Bedi: «L’aver capito questo fu un vero miracolo. Prima non facevano altro che ripetere: siamo innocenti, è la società che ci ha fatto del male. Come fargli capire che erano loro che avevano offeso la società e che per legge di natura oggi ne ricevevano la punizione? Lo hanno capito grazie a Vipassana. Senza che io suggerissi nulla andarono al microfono e dissero: abbiamo fatto del male alla società e chiediamo perdono. Fu il più grande dei miracoli».

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Il coraggio di cambiare

Questa riforma l’europa non la vuole capire, come ha titolato VITA. Kiran Bedi è stata trasferita dal carcere di Tihar, nel quale è rimasta dal maggio 1993 al maggio 1995, ma la sua riforma, in parti-colare il progetto Vipassana, continua nella maggior parte delle carceri dell’India per volontà del Governo indiano.
La riforma è poi stata esportata nelle carceri di Taiwan e in quelle di San Bruno a San Francisco, nelle carceri di Seattle, a Washington. È entrata anche in alcune carceri di Paesi come l’Inghilterra, la Nuova Zelanda e l’Australia che hanno scelto di rifondare il modello della rieducazione classica.
Purtroppo in Italia la maggioranza degli operatori del diritto ha soffocato l’entusiasmo e le speranze di migliaia di universitari che venti anni fa si appassionarono a quella riforma. Oltre alle speranze tradite pesa anche la responsabilità degli studenti di allora, — oggi avvocati, magistrati, notai, funzionari pubblici, deputati — che in-vece di scommettere e di ripensare la pena e la rieducazione secondo la tradizione dell’umanesimo Occidentale hanno scelto di aderire al positivismo giuridico. Per molti esperti del diritto sembra impossibile innestare una pratica orientale nella cultura occidentale. Invece la dimensione spirituale — fondamento della dimensione religiosa riconosciuta e praticata nelle carceri italiane — aiuterebbe la difficile integrazione tra detenuti e la loro rieducazione sancita dall’art. 27 della Costituzione.

… e perchè no, questa potrebbe essere una via concreta per applicare il Giubileo della misericordia per i carcerati che chiuderà questo Anno Santo.

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