La ricchezza dell’educazione. In dialogo con la pedagogista Alessandra Carbognin

Nella mens dei padri costituenti la scuola è chiamata a svolgere un servizio paragonabile a quello di una pista di aeroporto che permette agli aerei di decollare per raggiungere mete lontane . Per diminuire il tasso di abbandono scolastico, che nelle scuole superiori si aggira intorno al 20% — l’Italia è purtroppo tra i Paesi fanalino di coda dell’Ocse —, occorre ripartire dal merito e da un nuovo patto educativo di corresponsabilità, basato sulla fiducia e la collaborazione tra genitori, professori e allievi e mondo del lavoro.
Sotto questo profilo la riforma della scuola compie due passi in avanti e uno indietro. Si è finalmente accelerata la dimensione politico-organizzativa, ma omessa quella didattica, pedagogica e antropologica. Non includere i nuovi saperi e la crisi di quella che i sociologi chiamano «l’autorità autorevole», che ha rotto l’alleanza tra genitori e professori, rischia di penalizzare gli studenti che parlano già linguaggi diversi e usano tecniche di apprendimento veicolate dalle nuove tecnologie dell’informazione e dai social network. Di loro la riforma non tiene debito conto.
Sullo sfondo rimangono alcune domande: quale cittadini vogliamo formare? Per quali ragioni nel nostro Paese il tasso di analfabetismo si aggira intorno al 3,5%, mentre la percentuale dei laureati sul totale degli occupati è un sesto di quella degli Usa e un terzo di quella della Francia? Quale deve essere la pedagogia più adatta in un mondo che cambia?

Ne parliamo con Alessandra Carbognin, una pedagogista – che è anche madre – la quale da anni si occupa di formazione e di scuola. La nostra intervista parte dal suo volume – La ricchezza dell’educazione – che ho letto con interesse qualche mese fa e che consiglio a educatori e a genitori.

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Cosa significa per Lei educare?

Significa anzitutto chiederci che società stiamo costruendo per i nostri figli. Se l’obiettivo delle nuove famiglie è far fruttare il loro “investimento sul figlio”, per incrementare la sua realizzazione, che equivale ad una nuova formula di felicità e di alto tenore di vita, allora il mondo dello “sfruttamento” e dell’egoismo individuale è il posto giusto per i loro figli.
Cominciamo a osservare accuratamente i paesaggi dove i nostri figli, nipoti e amici trascorrono la maggioranza della loro “giornata formativa”. Se sono ambienti significativi che esprimono “il bello”, “il pulito” e “il sano”, oppure li abituiamo a rimanere in luoghi privi di “amore”, con muri scrostati dalla malcuranza, dall’uso o dall’umido, oppure sono recintati da muri imbrattati di “improperi sociali” carichi di odio e di volgarità.

Ci dica qualcosa di più

Pensi all’aspetto architettonico delle scuole. Secondo alcuni studi, la maggioranza delle strutture scolastiche sono visibilmente in decadenza o in decadimento; sono visibilmente trascurate, lasciate zuppe di graffiti come se si volesse forzatamente ricordare che ai giovani piace “il brutto” e il “trascurato”, se non “il maltrattato”. Non rappresenta nemmeno “un oggetto vissuto” che trasmetta passati traguardi, fatiche e realizzazioni di vita.
È ciò che afferma l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura: “L’edilizia scolastica nel nostro Paese rappresenta una vera e propria emergenza nazionale. Lo stato e la qualità degli edifici scolastici di un territorio rappresentano un indicatore di quanto una comunità investa nel benessere, la sicurezza e la formazione dei cittadini più giovani. Ripartire dalla riqualificazione degli edifici scolastici seguendo criteri di bioarchitettura per rendere le scuole italiane più sostenibili e meno costose da un punto di vista energetico. È questa una delle sfide più importanti che l’Italia dovrà affrontare”.
È l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco che ribalta il paradigma interpretativo quando afferma “l’inseparabilità dell’ecologia ambientale, economica e sociale dall’ecologia culturale, che investe le mentalità e richiede rispetto oltre che della natura anche del patrimonio, artistico e culturale di una comunità o di un popolo”.

È però solo l’aspetto del bello formale a condizionare la crescita dei ragazzi?

No, le scuole sono influenzate anche dagli ambienti relazionali interni (relazioni tra studenti, tra docenti, tra studenti e docenti) ed esterni (relazioni tra le famiglie degli studenti, tra docenti e famiglie degli studenti, ecc.), che costituiscono il proprio capitale sociale.
Gli educandati e i convitti sono un oggetto di studio particolarmente interessante da questo punto di vista, poiché trattano in modo specifico rispetto ad altre istituzioni scolastiche il loro capitale sociale interno ed esterno. Oltre alle relazioni interne, gli educandati interagiscono infatti non solo tra di loro ma anche con altri gruppi e organizzazioni.
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Allora su quale valore fondare l’educazione nella scuola?

Il “senso comune” non va inteso come sinonimo di “buon senso”, ma come il significato ontologico di popolo umano che dovrebbe essere intriso e radicato dentro ad ogni senso. Non ha luogo una relazione sociale se di base manca la fiducia. Riccardo Prandini afferma che “i processi di modernizzazione della società, la sua globalizzazione, la specializzazione dei saperi e la distribuzione sempre più disuguale delle conoscenze hanno nuovamente posto al centro dell’attenzione teorica quelle risorse e quei beni intangibili che stanno a fondamento del legame sociale. La fiducia è diventata uno degli strumenti concettuali maggiormente utilizzati nel tentativo di comprendere e spiegare l’emergere di relazioni sociali capaci di ampliare e sostenere gli orizzonti d’azione e d’esperienza degli attori sociali entro un ambiente sempre più rischioso”..
La fiducia è un elemento essenziale in ogni contesto della vita. Tutto ciò andrà a beneficio di tutti diminuendo l’effetto di tensione, di chiusura e di sospetto o prevaricazione che vige spesso dentro gli ambienti scolastici, dentro agli ambienti di lavoro e a livello sociale.
Questo panorama gioca a discapito della costruzione di un dialogo, di una cooperazione produttiva e di una relazione di fiducia tra i soggetti interessati all’interno del mondo della scuola. Da questo punto di vista sembra che gli educandati e i convitti siano riusciti negli anni a mantenere un clima di fiducia tra insegnanti e famiglie, che affievolisce significativamente fenomeni negativi quali bullismo ed emarginazione sociale.
Non occorre nascondere il “lato oscuro” delle cose ma averne consapevolezza, chiarire le posizioni delle parti o delle categorie, e lavorare sul continuo confronto. Così agendo si ripristina quel canale dialogico e cooperativo fondamentale in particolar modo per la vita di comunità circoscritta, onde poter stabilire quei confini dinamici, ma regolatori, della vita sociale. Di questo ne parlo nel mio volume.

Come valuta le politiche educative nella scuola?

Le scuole in generale hanno sempre dimostrato un ruolo di primo piano nella formazione dei cittadini, attraverso forme di cittadinanza attiva.
Se prima servivano sia a dotare gli individui di un’alfabetizzazione di base sia a rinsaldarne i valori, ora le istituzioni educative hanno una maggiore funzione sociale e una maggiore responsabilità legata alle prospettive lavorative e professionali future degli studenti.
Oggi le scuole, soprattutto le scuole secondarie dei paesi sviluppati, tendono ad evidenziare il loro tentativo di coltivare determinate caratteristiche più affini allo sviluppo culturale e della persona, ovvero un’offerta di sviluppo delle potenzialità presenti negli studenti, viste come risorse sociali future.
Uno dei modi per attuare tutto questo sarebbe quello di lavorare sulla certezza della fiducia che genera collaborazione e cooperazione, implementando strumenti e risorse.
Offrire possibilità ad uno studente significa offrirgli fiducia in se stesso, fiducia verso l’altro generalizzato, ed in generale fiducia nel futuro.
Per ciò che riguarda le scelte metodologiche operate dalle singole scuole, vi sono esperienze in diverse direzioni, come diversi sono i loro esiti. Difficile poter dare la definizione delle scelte vincenti. Quel che però si è riscontrato nell’arco di questi ultimi decenni, è che più i sistemi assumono un aspetto rigido e burocratico, meno si lascia spazio alle necessità specifiche di ogni singolo studente.
La scuola dovrebbe essere idealmente organizzata come una produzione artigianale; invece attualmente è organizzata in termini di produzione burocratica. In questo assetto burocratico gli insegnanti si trovano di fronte a numerosi problemi (Brint)”.

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La sintesi ideale è un sano matrimonio tra i metodi tradizionali e quelli modernizzanti che nel volume ho così sintetizzato:

“Se approfondiamo oggi alcuni elementi scelti per individuare l’ultima Buona Scuola, notiamo che la politica dovrebbe entrare più a fondo nel significato della ricollocazione dell’istruzione delle nuove generazioni. Cosa che la Francia sta portando avanti da anni perché si è resa conto della complessità della società, e lei ne sta pagando per prima lo scotto. (…). L’Italia ora sta manifestando un cambiamento sostanziale della scuola, ma sembra rimanere ancora un contenitore da riempire, e il vuoto che ci sta dentro potrebbe venire colmato non dalle scelte più opportune. In Italia, con la riforma della Buona Scuola si è puntato soprattutto ad una razionalizzazione dei costi, ad un’ottimizzazione delle anagrafiche scolastiche on line, in seno alla trasparenza e all’autovalutazione, ad un’alfabetizzazione detta “nuova” delle competenze delle lingue straniere e dei linguaggi digitali, coding e pensiero computazionale e piani “Digital Makers” e diffusione dello studio dei principi dell’economia in tutte le scuole, ed infine attrarre risorse private (cittadini, fondazioni, aziende) nelle e per le scuole (https://labuonascuola.gov.it/). La riforma del pensiero esigerebbe una riforma dell’insegnamento (primario, secondario, universitario), che a sua volta richiederebbe la riforma di pensiero. Beninteso, la democratizzazione del diritto a pensare esigerebbe una rivoluzione paradigmatica che permettesse a un pensiero complesso di riorganizzare il sapere e collegare le conoscenze oggi confinate nelle discipline. […] La riforma del pensiero è un problema antropologico e storico chiave. Ciò implica una rivoluzione mentale ancora più importante della rivoluzione copernicana”.

Quale evoluzione ha subito la scuola intesa come organizzazione?

“L’organizzazione della scuola in genere viene criticata almeno per la sua funzione: dà un’impronta alle generazioni future e muove al suo interno un numero considerevole di lavoratori (insegnanti, maestri, educatori, dirigenti, operatori scolastici, economi, guardarobieri, cuochi, ecc.).
In letteratura si sono evidenziate due grandi transizioni. La prima transizione è legata al mondo industrializzato e alla maggiore produttività delle economie industrializzate:
Riguarda, afferma Brint, il passaggio dalla modalità relativamente fluida della socializzazione da villaggio, alla modalità industriale contraddistinta dal tentativo di esercitare un forte controllo sui comportamenti e sugli orientamenti morali”.
Le scuole frutto di questa transizione sono quelle di stampo tradizionale e molto rigido. In questa tipologia educativa gli alunni sono sottoposti a una ferrea disciplina.
La seconda transizione, dovuta all’evoluzione stabile e regolare dell’istruzione, ha focalizzato il centro di attenzione sullo studente e sulla sua crescita, e ha caratterizzato il passaggio dalla società industriale a quella postindustriale. Questa attenzione ha trasformato le metodologie di apprendimento. Da rigide e standard per tutti sono diventate più elastiche e personalizzate, almeno per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi, nei tempi e nelle modalità. La formula educativa introdotta da questo approccio è quella che mette al centro la persona, con i propri bisogni e capacità.
Le società complesse, in ogni caso, portano con sé dei modelli generali che vengono trasmessi nella scuola, la quale ne emula poi le modalità, a volte con esiti socialmente apprezzabili, a volte con risvolti criticabili; si tratta in alcuni casi di una reazione inconsapevole al mutamento delle aspettative che la società stessa sembra richiedere.
In questi ultimi decenni l’istruzione dei grandi paesi industrializzati ha avuto notevoli modificazioni al suo interno, risentendo dei repentini cambiamenti della globalizzazione tout court. Di conseguenza anche le modalità relazionali al suo interno risultano diverse da quelle attuate negli anni passati, e questa ricerca ne vuole rimarcare alcuni aspetti come ad esempio le relazioni tra i pari, le relazioni generazionali e le relazioni di genere, oltre alle relazioni di rispetto docente/discente.
Il “genoma” scuola, come “istituzione sociale” è ancora valida?
Se proviamo ad analizzare anche l’istruzione, il tema scuola cercando di individuare cosa non cambia nonostante il passare del tempo e le sue trasformazioni, forse riusciamo a scoprire se anche l’ ”istituzione” scuola, come la famiglia, ha un suo genoma che non va modificandosi e rimarrà sempre valido. Proviamo a pensare che le trasformazioni siano un bene, ma oltre a ciò che oggi naturalmente avviene nel veloce cambiamento, dovremo avere chiaro il tema “invariante”, ovvero ciò che non deve cambiare.
La scuola è il primo luogo di accoglimento dopo la famiglia, un luogo dell’educare come cellula sociale del “capire e comprendere”. In secondo luogo la vita per umanizzarsi necessita di radici, di appartenenza e di memoria, perciò, perché la vita si umanizzi deve avere in sé sia un caposaldo stabile (senso di appartenenza) e sia una spinta verso l’esterno (l’erranza). Bastano questi due elementi per capire che anche questa “entità”, la scuola, avrà un genoma legato a questi due elementi. Se uno dei due prevalesse sull’altro vi sarebbe un’ipertrofia d’identità da parte dei soggetti che ne fanno parte. La relazione chiede una presenza, la presenza chiede la parola, e chi si assume la responsabilità dell’educazione è luce.

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“La corte” di un tempo, può essere “il cortile” di oggi?

Bauman descrive bene come nel quartiere e per la strada ci mischiamo ogni giorno con una moltitudine di persone diverse per razza, idee, cultura e provenienza. Per questo motivo non possiamo più dare per scontato che condividano la nostra stessa storia, patrimonio culturale e le nostre tradizioni. Questo però può giovare ad un ampiamento della nostra educazione e conoscenza. In virtù di questo dato di realtà dobbiamo sforzarci a comprendere quali forme culturali possiamo condividere, addentrandoci nelle conoscenze della storia degli altri che condividono lo stesso cortile e strada, ma di un altro popolo. La capacità di interazione non è innata, ma va acquisita lentamente con consapevolezza. Saper incontrare vuol dire saper dialogare. Voler comprendere avvia un processo di conoscenza e di informazione utile per noi e per evitare conflitti futuri. Ogni situazione di vita può essere partecipata anche dal punto di vista educativo. Nel mio testo, questo aspetto era stato affrontato limitatamente al luogo-classe e alle piccole cerchie d’amicizia fuori dalle aule, nonché dai momenti di svago condivisi dentro e fuori alle aule e ai cortili. I momenti condivisi fra le reti sociali informali e amicali sono stati presi in alta considerazione nel mio studio, poiché consentono allo sviluppo della propria personalità di quei momenti di confronto e di scambio indispensabili per affrontare la vita.
L’autostima non si improvvisa, ma curata, anche con dei “cerotti” post ferita se necessario. Evitare di affrontare problemi, culture e diversità ci toglie un patrimonio immunitario rendendoci esposti a pericoli futuri assai più gravi.
Occorre partire dal vivere il luogo dove siamo come tempo trascorso con altri. Gli altri non li possiamo sempre scegliere, ma possiamo crescere insieme, rispettandoci. In fondo anche queste non sono altro che “prove di identità”, come mi piace definirle; perché crescere significa trasformare e formare la propria identità di uomo e donna fino alla fine della nostra vita.
Il network di relazioni informali che si sviluppano tra gli allievi fa sì che questo ampio spazio costituisca un’arena di prove e di cambiamento personale. È un luogo dove i bambini e i ragazzi si sperimentano nelle loro identità, è uno spazio liberatorio, in cui anche uno studente più introverso e riflessivo trova un momento di benessere.
È chiaro quindi che il cortile è un luogo di socializzazione alla vita informale nelle reti sociali. In quella sede gli studenti acquisiscono competenze relative all’autorappresentazione, alla formazione di amicizie, alla gestione e alla risoluzione di conflitti. Queste competenze aiuteranno i giovani a muoversi nelle reti sociali informali una volta divenuti adulti”.

Come ricostruire il senso civico perduto?

È necessaria una comunicazione interculturale che innovi le vecchie semantiche del riconoscimento “incoraggiando un nuovo modo di trattare le differenze culturali, che sia capace di riconoscere nell’Altro la comune umanità. Questo è il compito della ragione relazionale”, scrive Donati.
Il trasmettere il sapere e la testimonianza alle nuove generazioni rimane la responsabilità più grande in assoluto. Consegnare nelle mani un mondo con tutte le conseguenze delle precedenti scelte e gestioni, economiche, energetiche, ecologiche o inquinanti, non previdenti e comunque pervasive, potrebbe essere invece il dramma delle future generazioni.
Anche gli sforzi del mondo dell’istruzione devono andare di pari passo con quelli politici ed economici. Occorre puntare l’obiettivo in un’unica direzione più ampia ma molto più ampia. Nel testo della Ricchezza nell’educazione evidenzio gli sviluppi che le istituzioni educative sono riuscite a realizzare nel tempo.
La “formazione” del sé e della personalità non è pensabile in una forma diversa dalla formazione incessante, perpetuamente incompiuta e aperta.
L’educazione e la formazione umana, devono comprendere la sensibilità simbolica che unisce il particolare all’universale, il segno al valore.
Per fare questo è necessario comprendere che il bello e l’arte costituisce un fecondo e imprescindibile terreno educativo. Non basta aggiornare un sapere tecnologico del fenomeno a discapito di quello noumenico che ci porta dentro alle cose e alla realtà. Per sviluppare questo sguardo sulla realtà educativa occorre soffermarsi sulle cose e non fuggirle mantenendo un atteggiamento meramente utilitaristico. Percepire una forma significa percepirne un ordine, un’esperienza “ordo amoris”.
Oggi ci troviamo davanti ad una colossale inquinamento di immagini che non ha precedenti nella storia delle civiltà. L’eccesso delle comunicazioni visive, di cui parlava Eriksen, recepite in modo compulsivo opera una compressione e massificazione del gusto, orientato ad un mercato che crea solo disattenzione e una superficialità sempre più evidente. Per essere eredi di “beni comuni” verso cui prestare la nostra ammirazione e riconoscenza, occorre uscire dalla sfera della soddisfazione dei bisogni primari, ma ricollegarci alle radici culturali che riconnettersi alla linfa vitale che esse sanno trasmetterci. Solo così sapremo riaprirci ad un pensiero creativo, che parla di noi a noi stessi, facendoci riappropriare di intuizioni geniali presenti già nel passato delle civiltà.
In questo modo noi ritroveremo la pace e l’ordine che può educare a vedere oltre il piano estetico e formale o utilitaristico, e avvicinarci tutti ad un piano più umano e morale, ovvero quel senso civico di cui parlavo prima, e ora meglio specificato.

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1 comment

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    Alessandra Carbognin colpisce nel segno a sottolineare la potenziale ricchezza di capitali altri rispetto al patrimonio economico. Il capitale umano e il capitale sociale concorrono sicuramente ad accrescere il benessere forse ancor più di quanto non lo faccia il Pil. Ma la domanda è come possiamo promuovere tale tipo di capitali. Quali sono e che caratteristiche umane hanno gli imprenditori che rischiano per Far crescere il capitale sociale? Si tratta di un tipo diverso di imprenditore: un imprenditore sociale e umano. Dove si forma un tale imprenditore? Chi lo forma? Di quali contenuti si “nutre”? Su questi fronti dovremmo riflettere e lavorare come ha fatto Alessandra Carbognin andando alla ricerca, nel suo testo, dei fattori di promozione del capitale sociale in ambito scolastico.

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