Tre testi da meditare per il Natale

Con il passare degli anni il Natale non si può – e forse non si riesce più – viverlo come se fossimo bambini. Le madri sanno che il segreto è tenere in braccio un figlio che è nato; la responsabilità dei padri è costruire luoghi giusti e di pace per crescerli. Ma il Natale è ancora di più. Dice un momento del tempo della storia in cui Dio si riveste della nostra carne caduca e fragile. E mi chiede di riflettere cosa significhi per me.

Qui faccio un taglia incolla di tre testi, diversi tra loro, che ci possono guidare in questo viaggio, una sorta di tuffo nel profondo… perchè il Signore rinasca (anzitutto) nel cuore.

E’ già stato scritto: “Onorerò il Natale nel mio cuore e cercherò di tenerlo con me tutto lʼanno” (Charles Dickens, A Christmas Carol, 1843).

Scrive l’evangelista Luca:

“Ora avvenne in quei giorni:
uscì da Cesare Augusto un decreto,
di iscrivere tutta l’ecumene.

Quell’iscrizione prima avvenne
governando la Siria Quirino.

E andavano tutti per iscriversi,
ciascuno verso la propria città.

Ora salì anche Giuseppe
dalla Galilea, dalla città di Nazaret,
verso la Giudea, verso una città di Davide
la quale è chiamata Betlem,
essendo lui della casa
e della famiglia di Davide,

per essere iscritto con Maria,
la sua promessa sposa,
che era incinta.

Ora avvenne che, essendo essi là,
si compirono i giorni
del suo partorire,

e partorì
il figlio suo
il primogenito
e lo fasciò
e lo sdraiò
in una mangiatoia
poiché non c’era posto per loro
nel deposito”.

Silvano Fausti ha commentato questo passo così: “Si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini” (Tt 3,4).  In questa scena siamo chiamati a contemplare la filantropia di Dio, fatto per noi carne in suo Figlio.  La scena di un Dio che si è fatto piccolo e indifeso, per essere accolto dalle nostre mani, è un preludio già della croce.  La sua nascita rivela un carattere “passionale”; manifesta la sua passione per l’uomo, la sua simpatia estrema per lui, che l’ha spinto a condividere la sua condizione. Il problema della fede cristiana è accogliere la carne di Dio che si è fatto solidale con la nostra debolezza: “Ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio” (1Gv 4,2).  Essa ci rivela quel Dio che nessuno mai ha visto (Gv 1,18).  La scena, compimento dell’annunciazione, è costruita come un contrappunto tra la potenza umana che si autoesalta, si dilata e si consuma in un censimento mondiale, il primo della storia, e l’impotenza di Dio che si umilia, si restringe e si concentra in un bambino.

Se il Figlio di Dio fosse venuto con potenza, nel fulgore della sua gloria, certamente non si sarebbe esposto al rifiuto.  Tutti l’avremmo accolto e necessariamente.  Ma non sarebbe stato Dio, bensì un idolo.
Si ritiene che Dio, mistero tremendum et alliciens, sia di “grandezza enorme” “splendore straordinario” e “terribile aspetto” (Dn 2,31).  Queste per sé sono le caratteristiche dell’idolo, comuni a tutte le religioni.  Dio sta piuttosto dalla parte del sassolino che abbatte l’idolo (Dn 2,34).  Il segno per riconoscerlo sarà diverso (v. 12): la sua grandezza enorme sarà quella del piccolo, il suo splendore affascinante quello del bimbo fasciato, il suo aspetto tremendo quello di un corpo tremante nella mangiatoia.

Ignazio pone il criterio discriminante della fede nei due vessilli: il vessillo del nostro re è “povertà, umiliazione e umiltà” (cf. il Magnificat). Quello della “ricchezza, vanagloria e superbia” è di satana. Questa prima presentazione che Luca fa di Gesù, che ha colpito tanto s.Francesco, è normativa per la nostra fede: è la porta d’ingresso per entrare nella casa dove lui abita e poterlo conoscere.
Certamente un Dio piccolo si espone al rifiuto.  È la vulnerabilità dell’amore, che non può non rispettare la libertà.  Ma a quanti lo accolgono così com’è, dà il “potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12)”.

Silvano Fausti S.I. da Una comunità legge il Vangelo di Luca.

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Festeggiare l’Avvento significa saper aspettare;
aspettare è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Dobbiamo attendere
le cose più grandi, profonde e tenere
del mondo,
e questo non si può fare nel tumulto,
ma secondo le leggi divine
del germogliare, crescere e divenire.

Dietrich Bonhoeffer

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Qualcuno dirà: dopo 1956 anni non abbiamo visto i frutti di questa predicazione di pace! Potete anche avere ragione, ma io vi domando: la guerra è nata dalle parole di Cristo oppure contro la sua parola? E’ Lui che ci ha insegnato l’odio o è Lui che ci ha insegnato l’amore? E’ Lui che ci ha insegnato a odiare o che ci ha insegnato il perdono? E’ lui che ci ha insegnato ad aver fiducia nella forza o a detestare la forza?
Guardate come nasce: guardate questa potenza onnipotente, guardate come si sottrae, senza vendicarsi contro il tiranno Erode. Guardate come accetta anche la morte, Lui che avrebbe potuto con una sola parola sconfiggere tutte le potenze del male.
Ci sono state tante guerre, forse potranno anche ripetersi, ma ricordatevi che quando gli uomini gridano non sono più cristiani; quando gli uomini vogliono la guerra sono contro Cristo; quando gli uomini si preparano alla guerra non interpretano la Parola, il comandamento nuovo di Cristo: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.
Voi sapete che questa Parola ha cancellato le frontiere, anche se qualcuno le rafforza. Voi sapete che questa Parola ha cancellato le differenze di razza e di religione, anche se qualcuno oggi stesso le ricorda e le fa diventare un limite di questa capacità di amare che Gesù ha voluto ravvivare nel cuore come un fuoco, nel cuore di ognuno di noi.

Don Primo Mazzolari (dall’omelia di Natale, 1956).

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