#divorziobreve finché poche settimane non ci separano

Riporto il pezzo pubblicato da Gianni Riotta nel suo blog www.riotta.it di commento al mio pezzo sul divorzio breve pubblicato su Civiltà Cattolica. La seconda parte che va oltre il mio articolo introduce e illumina degli elementi di riflessione anche per la Chiesa immersa nel tempo di preparazione del Sinodo sulla famiglia.

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Matrimonio e cattolici. Finché poche settimane non ci separino…

17 MAGGIO, 2015 in www.riotta.it

«Divorzio breve», troppo breve per i gesuiti. Con un focus del politologo Francesco Occhetta, nel numero in uscita questa settimana la Civiltà Cattolica analizza la legge approvata dalla Camera dei deputati il 22 aprile scorso, che permetterà a circa 200.000 coppie di divorziare con uno sconto di tempo: un anno di separazione anziché tre se si procede per vie giudiziali, sei mesi in caso di separazione consensuale, che ci siano figli o meno.
Nel prendere atto della legge, la storica rivista italiana recepisce due ordini di dati, la maggioranza schiacciante del voto a favore di una legge che “si impone nello spazio pubblico come un dato di fatto acquisito”, per cui “ogni possibile critica rischia di trasformarsi in polemica”; e i numeri di una crisi che investe interamente l’istituzione del matrimonio, fondamenta “di amore e di responsabilità” comprese. Il Ministero della Giustizia registra nel 2012 circa 96.000 separazioni, i due terzi delle quali consensuali. Il dato Istat sui matrimoni civili rileva una durata media di 15 anni e un rapporto 1/1 tra le coppie che resistono e quelle che si lasciano.
Secondo p. Occhetta, il cosiddetto divorzio breve non incrementerà i divorzi e occorre “non applicare alla legge approvata la teoria del piano inclinato, che, simile a una valanga, travolgerebbe tutti i matrimoni in crisi”. Nella norma, peraltro, non è entrato il «divorzio rapido», ovvero l’eliminazione della separazione in un Paese in cui più del 50% delle coppie separate sceglie di non divorziare. Sono invece due i punti della legge che il gesuita giudica deboli, ed entrambi corrispondono alla forza altrettanto “debole” del solo consenso dei coniugi.
Il primo elemento critico è l’accorciamento dei termini, che dal punto di vista processuale porterebbe a una sovrapposizione di separazione e divorzio: “il fatto di essere d’accordo consente in pratica un accorpamento dei due giudizi, di modo che il secondo (quello per chiedere il divorzio) sarà poco più di una ripetizione, stante la brevità del tempo trascorso, del precedente giudizio di separazione”.
“Sembra improbabile che nei sei mesi tra la separazione consensuale e il conseguente divorzio consensuale ci sia una modifica di quanto pattuito nel primo procedimento: difficile credere che le parti, raggiunto un accordo in un momento tanto delicato, in piena crisi esistenziale, in situazione di fragilità e di ricatto, e solamente sei mesi dopo, abbiano la forza (o anche solo la possibilità) di ripensare i termini dell’intesa. L’abbreviamento è semmai lo strumento per decretare, con il minor dispendio di energie psichiche ed economiche, la fine della relazione, resa irreversibile dal passato in giudicato del procedimento di divorzio consensuale”. La velocità della procedura potrebbe, in sostanza, compromettere la tutela e la salvaguardia dei diritti fondamentali della persona sanciti dalla Costituzione.
Premiando il consenso dei coniugi, il legislatore svilirebbe altri due princìpi costituzionali: sembrerebbe cioè “chiudere un occhio sulla famiglia percepita come un‘istituzione costituzionalmente garantita dall‘articolo 29” in quanto società naturale fondata sul matrimonio; e, eliminando il ricorso al giudice per la tutela dei propri diritti in virtù del consenso tra le parti, comprimerebbe un‘altra garanzia costituzionale. Fatto sta che l’Italia, registra padre Occhetta, è oggi “tra i pochi Ordinamenti in cui la pronuncia del divorzio si potrà ottenere senza la sentenza di un giudice”.
La seconda questione posta dai gesuiti è la progressiva privatizzazione dell’istituto matrimoniale, sempre più allontanato dalla vocazione sociale a loro cara. E se la legge ha il merito di rispondere all’intento del legislatore di regolare i casi di violenza domestica che accompagnano le separazioni, tuttavia, in questa logica, la cultura contemporanea finisce per ritenere il matrimonio un contratto privato. A pesare sempre meno, a favore della libertà individuale, sarebbe la responsabilità sociale. Eppure, conclude Occhetta, “il ruolo fondamentale di sostegno e di aiuto dello Stato al matrimonio si fonda proprio sull’aspetto sociale”, ed è sulle categorie di reciprocità e di persona che si fonda il matrimonio pensato dalla Costituente come “cellula e patrimonio della società”.
Seppur con parole diverse, sul nesso generativo famiglia-società arriva in simultanea anche papa Francesco nell’ultima udienza del mercoledì. In una catechesi sulla famiglia, Bergoglio spiega la gratitudine ai fedeli in piazza San Pietro e aggiunge: “la dignità della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà”.
Il pensiero sulla dignità sociale del matrimonio è del resto un’eredità che sul piano storico e culturale gli italiani ricevono dalla Costituente come pure dalla tradizione cristiana. E la nuova legge sul «divorzio breve» arriva in un frangente delicato anche per la vita della Chiesa, a cavallo tra due sessioni del Sinodo dei vescovi – l’una celebrata in Vaticano lo scorso ottobre, l’altra in calendario nell’ottobre 2015 – che mettono a tema l’applicazione della dottrina cristiana davanti alle sfide della famiglia contemporanea.
Per la Chiesa cattolica il matrimonio è e resta un sacramento indissolubile. Ma se il Sinodo sulla famiglia voluto da papa Bergoglio non ha discusso e non discuterà la dottrina, restano sul tavolo le forme concrete d’attuazione dei princìpi. Il Sinodo, ha spiegato la Santa Sede in una nota, “riflette sulla Pastorale”. E alla Chiesa in Italia il panorama ridisegnato dalla nuova norma chiederà verosimilmente un ulteriore sforzo pastorale.
Ad esempio, quello di mantenere significative le parole “reciprocità” e “accoglienza”, proprie della dottrina sociale della Chiesa, a fronte di una visione contrattualistica, e a tempo, delle relazioni. O ancora, spostare energie sulla formazione delle coppie che chiedono il sacramento. Anche su questo punto il primo Sinodo dell’era Bergoglio ha mostrato di volere un cambio di passo, optando per un percorso di preparazione “lungo, personalizzato ed anche severo, senza timori di veder eventualmente diminuire il numero di nozze celebrate in Chiesa. Altrimenti, si correrebbe il rischio di intasare i Tribunali con le cause matrimoniali”. Prima ancora che il «divorzio breve», ci si chiede come evitare il «matrimonio breve».
L’altro sforzo, che si preannuncia oneroso, sarà quello di accompagnare le famiglie in crisi, specie la parte più debole della coppia, a decidere del proprio futuro con certezza in uno spazio di tempo quasi ridotto all’osso. Se, come si è detto nell’ultimo Sinodo, “le famiglie sofferenti non cercano soluzioni pastorali rapide, non vogliono essere una mera cifra statistica, ma sentono il bisogno di essere ispirate, di sentirsi accolte ed amate”, a far scuola è oggi l’ermeneutica della misericordia di Papa Francesco. Il Papa che a costo di apparire monotono ripete il vademecum semplice del “permesso, scusa, grazie” e ai genitori twitta “la pazienza e il perdono”, investe sulla famiglia. E non a breve termine.

Per leggere l’articolo: La Civiltà Cattolica

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1 comment

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    il precariato dal campo lavorativo si allarga a quello matrimoniale , oramai anche tra gli sposi cristiani oltre che civili sale il tasso di divorzi. La ricetta per fare un buon matrimonio non esiste eppure basterebbe applicare al campo matrimoniale la capacità di progettare che si applica ai crash test ovvero costruire progettare il matrimonio in modo che sia pronto alle prove piu’ dure ai frontali agli urti laterali e così via? un matrimonio che prenda 5 stelle ai crash test della vita dura di piu’? fare 3 cose 1.una preparazione che non sia un corso per fidanzati sic et simpliciter ma un corso legale amministrativo psicologico che duri almeno 6 mesi-1 anno che li prepari ; 2) non basta un contratto prematrimoniale ci vuole anche un consulentematrimoniale ovvero un consulente psicologico guida spirituale che esaminando le 2 persone riesca a capire i punti di debolezza del rapporto e a sbatterglieli in faccia a entrambi indicando loro che i punti di debolezza sono come una crepa in un cristallo; 3) un periodo di tirocinio -casto ovviamente pre matrimoniale vivere insieme 20 giorni (si racconta che un re saggio aveva una figlia pazzamente innamorata di un uomo ,il re sapeva che non avrebbe funzionato anzichè separarli li chiuse insieme in una stanza dopo una settimana si odiavano… ) aiutati e consigliati da una coppia di coniugi anziani ultradecennali

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