Il gesuita della torre di controllo. In ricordo di p. Michele Simone, notista politico della Civiltà Cattolica

Riporto qui il mio ricordo del p. Michele Simone, notista politico della Civiltà Cattolica, che ho tenuto all’Istituto Sturzo il 9 aprile 2014.

9 aprile 2014 Epta forum

Quanti lo hanno conosciuto bene sanno che al p. Michele Simone piaceva più osservare e riflettere che parlare e apparire.
Dalla sua torre di controllo, ha osservato, descritto e ordinato tutti i fenomeni sociali di questi ultimi 27 anni.
È stato il suo modo di vivere uno dei motti dell’Ordine che quello di essere “contemplativi nell’azione”. Avere cioè quella capacità di vedere quello che vedono tutti ma che pochi sanno riconoscere.

Questa sua capacità di osservatore la declinava in tre modi:

1. La lettura attenta dei quotidiani che faceva per più di una ora dopo la colazione e più in generale di tutte le notizie della giornata. Era sempre informato.
2. L’attenzione per i fenomeni sociali e la vita dei corpi intermedi (povertà, immigrazione, badanti ecc.).
3. Attraverso molti contatti personali con politici che venivano a trovarlo o lo chiamavano. Ma anche per aver accompagnato processi particolari come Carta ‘93, Eptaforum di cui mi aveva parlato poco prima di stare male.

P. Simone è anzitutto stato il cronista della rivista. Si è inserito sulla scia della scuola del p. De Rosa che ha cambiato il modo di scrivere e di impostare le cronache nella seconda metà del Novecento.
Le cronache si trasformano e da documentazione storica dei fatti, diventano un’analisi dei fatti. Inoltre entra lo stile di scrittura anglosassone in cui la prima parte dell’articolo è la descrizione oggettiva dei fatti, la seconda è la parte più valutativa.
Questa parte valutativa aveva come finalità la lettura credente della realtà per ispirare coloro che avevano responsabilità pubbliche.

Attraverso il genere letterario delle cronache la rivista ha parlato al mondo politico con una triplice finalità:
1. Ispirare l’agire del politico del credente;
2. Illuminare i principi in gioco e il conflitto di princìpi nella concretezza delle soluzione;
3. Calcolare le possibili conseguenze antropologiche e morali di una scelta (basti pensare ai grandi temi in agenda della biopolitica).

Si inserisce nella tradizione della rivista ed eredita un’oggettività di approccio tuttavia, in campo politico, p. Simone non è mai stato neutro. Era moderato quando scriveva, radicale quando commentava oralmente.

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Ci sono 4 articoli che vorrei riportare alla vostra attenzione per riascoltare in una sorta di composizione di luogo, le parole scritte dal p. Simone.

Il suo primo pezzo risale al 4 ottobre 1986 dal titolo: “Napoli: una città abbandonata”. In questo articolo Simone prende posizione contro la corruzione della città e delle continue crisi, prima quella della giunta Picardi, poi quella di Forte, poi ancora delle tre guidate da D’Amato.

“Non siamo d’accordo con coloro che ritengono irrimediabile la frattura tra classe politica e istituzioni, crediamo anzi che i cittadini, in genere, eleggano politici che più o meno li rappresentino”.

Nello stesso articolo criticava la sentenza di appello del maxiprocesso contro la camorra in cui furono assolti 114 dei 191 deputati incluso Enzo Tortora.

Nell’ultima parte formula due premesse:

“I giudici, insieme con le forze dell’Ordine, sono stati lasciati soli ad affrontare un fenomeno complesso e ormai stratificato nel tessuto sociale come quello della camorra (…) a ciò aggiungiamo che insieme alla miglior cultura giuridica, siamo d’accordo con coloro che preferiscono 113 colpevoli in libertà purchè non ci sia nemmeno un innocente in carcere”.

Auspicava infine che il Parlamento aiutasse con mezzi e condizioni adeguate la magistratura nella lotta contro la camorra. Collaborazione che negli anni si è lacerata e strumentalizzata e che p. Simone ha sofferto.

Un secondo articolo che definirei programmatico è quello del 17 dicembre 1988 dal titolo: “Rilancio dell’associazionismo sociale”.
Esprime la sua attenzione per la difesa delle persone più deboli, i problemi degli emarginati, le tematiche che investono l’umanizzazione e la qualità della vita.
In quell’articolo c’è una tesi molto presente nelle pagine della nostra rivista: richiama ai valori dell’associazionismo sociale che allora toccava 19 persone iscritte all’associazionismo sociale su 100, di cui 9 facevano volontariato.

“Da parte nostra vorremmo mettere in guardia del pericolo della politica delle convenzioni”. In società la politica nasce spontanea ed è quella buona. È così per le strutture sussidiarie, quelle solidali, quelle volte al bene comune ecc.

Da qui tutta la sua attenzione per gli enti intermedi, dove si gioca la partita della politica vera per la tradizione cattolica.

Il 15 marzo 2003 scrive un articolo su “La posizione dell’Italia nella guerra in Iraq”. In questo afferma: “Le esigenze della realpolitik statunitense avrebbero potuto essere contemperate soltanto da un’Europa coesa e unita, in grado di proseguire una politica estera comune. Ma un tale traguardo appare sempre più lontano”.
Nei verbali della rivista esce un Simone tenace e senza paura di difendere la propria idea. Su questo tema parte della consulta era a lui oppositore con p. Salvini che faceva il pompiere.

Gli ultimo 15 anni sono per p. Simone stati drammaticamente faticosi. La mediatizzazione della politica, la verticalizzazione del potere, la chiusura oligopolistica dei partiti, la bipartizione del sistema politico che ha causato la bipartizione delle parrocchie; la stagione ruiniana, la gestione del fenomeno Berlusconi… lo hanno costretto a ricollocarsi in campo: da centroavanti che sollecitava e anticipava le scelte della politiche è diventato un difensore i cui difendeva e valutava ex-post le scelte con punte di amarezza.

Chiedeva alla politica di incontrarsi e scontrarsi sui programmi e non sulle persone… ma era tra i pochi a leggersi tutti i programmi elettorali prima di scrivere.

Credeva nella formazione e voi eravate un po’ i suoi tesori a cui ci teneva. “È un amico, diceva”.

Un ultimo articolo importante era quello scritto sull’esperienza di Todi, dell’ottobre 2011. Ci diceva: chiediamoci sono generali senza esercito? Che delega hanno avuto dalle loro basi? Ed esprimeva sempre lo stesso timore: “non entrate in politica abbandonando il vostro impegno nel sociale”.

Gli ultimi due pezzi che ha scritto sono: “Mercanti di guerra” e “Per il lavoro”. Poi silenziosamente mi /ci ha passato il testimone. Durante le ultime consulte pensavamo non avesse più tanto interesse a starci dietro nelle innovazioni della rivista… ma la malattia invece aveva già iniziato a lavorare e forse noi non lo avevamo capito. Il fenomeno Renzi sembrava non appartenergli.

Quando celebravamo in comunità, p. Michele usciva dal suo studio già col camice perché la scrivania è stata il suo altare. Non ha perso la sua dignità nemmeno quando la malattia lo ha assalito. Quando scriveva di morale aveva chiaro che la vita piena non era un eterno sopravvivere ma assumere il limite, la malattia, la caducità dei giorni fino ad accogliere la morte come la porta della vita piena. Ed è stato così.

E noi anche oggi lo ricordiamo con le parole del salmo 112: “il giusto sarà sempre ricordato”…
È per questo che ogni testimone che ci tocca la vita oltre ad essere stato un dono richiama anche alla responsabilità di portare avanti quanto ci è stato insegnato.

civ catt

 

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