La politica? Ripartire dalle botteghe e dagli atelier per imparare la vera arte dai pochi maestri

Riporto una breve intervista  pubblicata da Vatican Insider
di ROBERTA LEONE
ROMA

“Tornare al pre-politico e al pre-partitico, e arricchire di formazione umana e spirituale il servizio alla politica”. Per padre Francesco Occhetta, gesuita e scrittore della Civiltà Cattolica, è sul terreno della formazione e di un incontro aperto a tutti i livelli di cittadinanza che si gioca la possibilità di una futura influenza culturale dei cattolici nello spazio pubblico. Nell’intervista, padre Occhetta spiega il metodo di formazione politica a Civiltà Cattolica ed evidenzia urgenze e proposte per lo scenario italiano. Il prossimo incontro della “Scuola” di politica della Rivista della Compagnia di Gesù, il 12 aprile, ospiterà Enrico Letta che svolgerà una lezione sul rapporto Italia-Europa.

Una Scuola di politica alla storica rivista Civiltà Cattolica: come e perché ha deciso di fondarla?

“Facciamo una premessa: in questo cammino io sono un po’ un ‘effetto enzima’, non l’ho fondata io la Scuola, ho solamente raccolto l’esigenza espressa cinque anni fa dalle principali associazioni nazionali cattoliche – una ventina in tutto, tra queste l’Azione cattolica, la Fuci, l’Agesci, Comunione e Liberazione – che chiedevano di formare i loro rappresentanti giovanili sui grandi temi dell’agenda politica. Così a Civiltà Cattolica offriamo un luogo per aiutare un processo federativo tra associazioni giovanili – alcune più grandi, altre meno – che hanno scelto di camminare insieme”.

Come ha strutturato la Scuola e che tipo di insegnamento offre?

“Offre anzitutto un metodo, che è esportabile ed è fatto di quattro momenti. Uno iniziale, dedicato alla spiegazione di un elemento di spiritualità (le regole del discernimento scritte da sant’Ignazio di Loyola, il significato del desiderio, i vari modi di pregare….). Questo breve momento introduttivo è però “il sapore” e l’approccio a fondare l’agire politico nella spiritualità.

Trattiamo poi un tema. Quello scelto per gli ultimi due anni è stato quello legato alle riforme costituzionali, che monitoriamo con alcuni collaboratori, in genere costituzionalisti. Gli invitati – abbiamo avuto ospiti Carlo Mosca, Maria Grazia Marciani, Giovanni Maria Flick, Stefano Ceccanti, Alfonso Celotto, Enrico Letta e Angelino Alfano – tengono una ‘lectio’ frontale su temi attuali e in discussione in Parlamento. Recentemente abbiamo parlato di riforma del Senato, di biopolitica, di gender. Il prossimo 12 aprile discuteremo con Enrico Letta del rapporto Italia-Europa”.

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C’è poi un elemento che richiama squisitamente sant’Ignazio. Di cosa si tratta?

“Nel terzo momento, recuperando lo spirito della casistica ignaziana del ‘700, si lavora in piccoli gruppi per discernere come argomentare e scegliere principi in conflitto di casi concreti. È un momento di vero e proprio esercizio pratico. L’ultimo passaggio è il ritorno in plenaria, che serve a sintetizzare le domande, mentre gli interventi scritti vengono rielaborati e resi disponibili nel blog della scuola. Il percorso non offre, quindi, un indottrinamento ma, piuttosto, elementi di livello antropologico ed etico su contenuti di alto livello scientifico, su cui prendere decisioni”.

La “casistica” è soggetto che appassiona da anni filosofi e teologi. Quali temi si sono rivelati più conflittuali per voi?

“Quelli che toccano la vita e il vivere civile. Il problema di oggi è che la narrazione rischia di soggettivizzare i diritti. Il lavoro della Scuola è capire come argomentare e quali sono le domande in gioco, ma anche gli interessi, i valori, la definizione di uomo e di società”.

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Nell’Italia del primo XXI secolo, è possibile segnare un punto di partenza e un obiettivo della formazione politica? 

“La prima grande operazione è convertire all’oggi, guardando all’avvenire, la tradizione del cattolicesimo democratico che abbiamo ricevuto e che ci è stata lasciata nell’esperienza che ha segnato la costituente. È lo sforzo di essere “tradizione vivente” che, come il lievito, può fecondare e contribuire nel dibattito pubblico a promuovere un’idea di persona e di società che esce dalla buona notizia del Vangelo”.

Recepire la tradizione e portarla all’oggi. Cosa significa, in termini di metodo, questo concetto?

“Significa creare una griglia di discernimento, fatta da questa tradizione vivente e dai princìpi della dottrina sociale della Chiesa. Significa ‘ricoscientizzare all’azione’ chi vuole impegnarsi nella politica, per formare coscienze personali e sociali preparate. In una parola: ritornare alla coscienza come il luogo del discernimento. L’accompagnamento ignaziano al politico non si limita all’ascolto, ma richiede, secondo lo spirito della pedagogia di sant’Ignazio, oltre che una formazione continua, attraverso l’ausilio di letture spirituali o studi scelti, anche un’esperienza da vivere talvolta in mezzo ai poveri – per esempio, in una mensa o in un carcere – e alcuni giorni di preghiera e di silenzio da vivere durante l’anno. Infine, l’accompagnamento personalizzato richiede la rilettura dell’esperienza delle tappe vissute, volte a promuovere nuove politiche inclusive, che partano dagli ultimi. Questo è il nucleo su cui costruire l’unità dei cattolici”.

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A questo proposito, quali urgenze individua?

“È urgente formare una presenza pre-partitica che stimoli e proponga ai partiti disegni di leggi, soluzioni di problemi, organizzi forme di controllo, proponga un progetto concreto di società, contribuisca a formare le giovani generazioni. È più incisiva e radicale una presenza che, a partire dalla base dalla società, chieda ai partiti risposte su contenuti piuttosto di limitarsi accontentandosi di pochi ed etichettati rappresentanti del mondo cattolico distribuiti in varie forze politiche. L’organizzazione politica, rispetto a questi elementi, è secondaria. La priorità rimane la capacità di discernere nei problemi dell’agenda politica quei rimandi all’antropologia cristiana che permettano di spostare la domanda dal singolo problema – che può avere soluzioni tecniche diverse tutte compatibili con la fede – ai processi di discernimento che portano alla luce le domande di senso sull’uomo e sul mondo, proprie di una civiltà umana”.

Pensa a un particolare modello di democrazia diretta? Tanti ne vengono citati a torto o a ragione, qual è il suo riferimento?

“La democrazia diretta che penso è quella ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa che nutre la democrazia rappresentativa ormai sfiduciata dai cittadini. Mentre la democrazia liquida è contraria alla tradizione del mondo cattolico, perché destruttura gli enti intermedi, quella diretta invece permette ai cittadini e alle comunità cristiane di dare risposte a quei bisogni della popolazione a cui la politica non riesce più a rispondere. Per esempio, se c’è, in un paese, un teatro che da trent’anni non funziona più e venti genitori lo rimettono in piedi, fanno fare spettacoli ai loro figli e fanno cultura in quella città o in quel quartiere, è chiaro che prima o poi la politica dovrà preoccuparsi di quel che si sta facendo. Perché lì si fa cultura, nascono idee, si formano persone. Oppure tutte le forme di accompagnamento verso i più deboli attraverso cooperative che fanno lavorare persone emarginate dal mercato, la nascita di asili nido privati ecc..”.

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Famiglia, sindacati, partiti: come interpretare l’attuale condizione degli enti intermedi?

“La malattia del livello istituzionale dipende dalla malattia degli enti intermedi, che non riescono a reagire e a ritrovarsi nel cambio di paradigma culturale di questo tempo. È soprattutto cambiata la relazione tra potere e servizio su cui ha recentemente riflettuto Luciano Violante su L’Osservatore Romano. La tesi è stata ribadita anche da uno degli economisti del New York Times quando afferma che negli ultimi decenni è il potere prevalentemente personale e utilitaristico che sta prevalendo sul servizio e ha rotto quel vaso comunicante che esisteva tra politica e società. Il venir meno di questa condizione tra società e politica ‘ha indebolito la dimensione del servizio e ha rafforzato quella del nudo potere, il potere che serve se stesso e non i cittadini’.

A suo giudizio, Padre, in questa prima fase del pontificato di papa Francesco e nella stagione che la Chiesa e la società globale vivono, su quali “luoghi” il mondo cattolico dovrà impegnarsi?

“Rimangono fondamentali i luoghi e persone credibili grazie al loro esempio di vita. Certamente, per le parrocchie più grandi occorre il coraggio di ritornare a parlare di politica e di problemi del territorio. La cultura cattolica lo può fare grazie all’arte della mediazione e della riconciliazione. Le autonomie locali hanno la grande responsabilità di rigenerare nuove pratiche della politica. Le associazioni culturali possono avere un peso se sanno coinvolgere i giovani. Per poter parlare loro bisogna trovare un metodo – per la Scuola di politica ne ho trovato uno, che di per sé non è poi così nuovo – e deve essere un metodo molto interattivo. Un altro elemento che rilegge l’esperienza di servizio nelle associazioni, e che è capace di generare nuove politiche, è la tematizzazione dell’esperienza in mezzo ai poveri. È ciò che Mounier affermava nei suoi quattro passaggi fenomenologici, necessari per diventare ‘uomini politici’: 1) uscire da se stessi; 2) comprendere il punto di vista dell’altro; 3) donarsi per vincere la solitudine; 4) rimanere fedeli ‘all’originario della scelta’”.

Cosa manca allora per ripartire? Quali sono le aree di carenza in questa transizione?

“La domanda di senso a cui è chiamato il cattolico democratico, in materia di biopolitica e post-umano, è se l’umano è qualcosa di fallato che la politica ha il compito di migliorare, considerandolo alla maniera di una macchina, oppure se nella pienezza di umanità vissuta c’è già tutta la possibilità di vivere un’esistenza piena e riuscita per l’uomo. Come ho avuto modo di scrivere sulla Civiltà Cattolica, il non avere paura di trasformarsi in una minoranza feconda secondo il dato evangelico del lievito porterà il credente a difendere il lato umano delle scelte politiche, un nuovo patto educativo e un futuro per le giovani generazioni. Altrimenti, questa missione di fondo rischia di essere tradita da coloro che nel mondo cattolico fanno nascere e morire partiti nazionali e locali in base ai sondaggi e alle elezioni. Attraverso questo nuovo atteggiamento spirituale e interiore, i politici che vivono la politica da cattolici non si devono porre il problema del dove stare – il voto del mondo cattolico è ripartito ormai fra tutte le forze politiche – ma su come formarsi; parrocchie, diocesi, movimenti, hanno delegato ad altri la formazione politica del credente impegnato a gestire il settore pubblico”.

Le logiche di schieramento e il rischio di irrilevanza partitica non sono un problema?

“L’irrilevanza politico-partitica non sarebbe tanto grave quanto un’irrilevanza prima di tutto d’opinione e di idee. È vero: il bipolarismo politico di questi ultimi venti anni ha prodotto un bipolarismo ecclesiale, che ha creato in molte comunità ecclesiali una barriera verso l’impegno nel mondo. Scommettere su una formazione di medio periodo è però possibile. Occorre, per questo, un patto intergenerazionale anche tra le generazioni di cattolici, inoltre la vera sfida non è tanto l’unità politica dei cristiani, ma come costruire l’unità nel pluralismo. Sarebbe una grave perdita culturale per il Paese esaurire l’esperienza di tanti uomini e donne che proprio grazie allo loro fede ha pensato la Costituzione e successivamente ha sostenuto la democrazia”.

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