Vi racconto le carceri e i detenuti che ho incontrato

Capovolgere la giustizia. Si può ed è urgente farlo. Altrimenti le tensioni che stanno crescendo a livello sociale stanno gonfiando un pallone che scoppierà come una bomba. L’impegno di tutti è invece quello di decomprimere queste tensioni. In questi ultimi mesi sono entrato, prima, nel carcere di Benevento, poi in quello di Campobasso, nel carcere di Nuoro e in quello di Trani. Anni fa trascorrevo le domeniche mattina all’interno del carcere di San Vittore a Milano. Il mio ricordo vola anche nelle carceri di Bucaramanga in cui erano rinchiusi i guerriglieri, nella zona del Magdalena medio in Colombia e nelle carceri di Arica in Cile, costruite nel deserto di Atacama. Ho anche incontrato molti cappellani carcerari che nel silenzio giorno dopo giorno spendano la loro vita per accompagnare le persone in carcere.

Entrare in un carcere farebbe bene a tutti. A Nuoro ho incontrato un detenuto che per la prima volta usciva dal carcere dopo 23 anni. Un uomo dimesso. Esile. Magro. Ovviamente commosso e confuso. Mi ha detto: “Davvero voi (che siete fuori) credete che dopo 23 anni un uomo non possa cambiare?“. A questa domanda occorre rispondere! Non lo scrivo per giustificare chi ha sbagliato, il male va sempre punito. Ma la persona che lo ha fatto va riabilitata. La macchina della giustizia è lenta, i funzionari della giustizia spesso ce la mettono tutta per farla funzionare. I media sono spietati: costruiscono un consenso basato sulla paura e sulle urla. I politici come Salvini e Grillo sono impietosi: “Hai sbagliato?”, “Per te è finita”. Fino a quando la giustizia non ti tocca nella carne. In quel momento improvvisamente si cambia idea di giustizia.

Oltre ad avere incontrato tanti detenuti, la forza di questi incontri è stata un’altra: dialogare con gli operatori di giustizia, erano presenti Procuratori della Repubblica, Provveditori, Presidenti dei Tribunali di sorveglianza, Direttori delle carceri, Capi delle guardie carcerarie ecc. Tutto merito di chi ha organizzato queste giornate. Dall’incontro di tutto il mondo che gira intorno all’amministrazione della giustizia ho imparato che la società può trarre grandi frutti. Occorre peró fermarsi per riflettere sul modello di giustizia che stiamo vivendo e, spesso, subendo.

Dalla paura all’incontro

Il mondo delle carceri fa paura e inquieta perché è una parte del volto triste e sfigurato della società a cui apparteniamo. E’ un mondo fatto di liturgie ferree. Prima i controlli, poi i cancelli da attraversare, i lunghi corridoi da percorrere, l’aria stagnante, l’architettura severa, i pensieri che si alternano alle paure, fino all’incontro con le detenute e i detenuti. In quei luoghi  detenuti tendono a regredire verso forme di appagamento infantile. Vivono del loro passato. Di quell’universo non si può dimenticare nulla. Per coloro che parlano un’altra lingua o, semplicemente, sono rinchiusi in se stessi, il presente è mediato quasi esclusivamente dai ritmi del penitenziario: il rumore della chiave che apre le porte blindate, le luci al neon, l’aria stagnante, l’arrivo dei pasti, l’attesa dell’ora d’aria. Entrare in un carcere è come scendere nelle catacombe di una città dove persone e storie sono allontanate dalla vista per fare finta che non esistano. Significa rimuoverle dall’inconscio sociale.

E’ noto. La popolazione carceraria è di sua natura poco rappresentativa della società: il 5% dei detenuti sono analfabeti, il 45% è straniero, il 38% è senza fissa dimora, solamente l’1% dei detenuti sono laureati; il tasso di suicidi nelle carceri è 18 volte superiore a quelli fuori. Siamo sicure che la legge è uguale per tutti?
Mi diceva un detenuto che a volte le sentenze definitive arrivano dopo anni, quando una persona si è ricostruito una vita, ha un lavoro, sono nati i figli ecc. Non si tratta di non punire, ma la lentezza della macchina della giustizia punisce dieci volte in più perché interrompe nuove vite. Senza parlare di una persona che ha chiamato mentre ero stato invitato a Radio Radicale ci ha detto che aveva trascorso anni in carcere e poi era stato prosciolto perché il fatto non sussisteva.

Una percentuale minima è fatta da grandi criminali. Migliaia di altri detenuti sono in carcere per reati minori. Ne ho incontrato uno che stava scontando due anni per un furto di bicicletta. Circa 18.000 detenuti ruotano intorno alla tossicodipendenza.
Il discorso si farebbe lungo e complesso. Davvero sono solo le persone in carcere ad avere sbagliato? Parlando di populismo penale, il Papa chiede alla cultura della giustizia di non cercare
capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, [altrimenti c’è] la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici: figure stereotipate, che concentrano in se stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste”.

Ma c’è di più. La politica ha una responsabilità particolare, quella della prevenzione primaria che ridurrebbe i reati, direbbe Luciano Eusebi, come per esempio perseguire i paradisi fiscali, regolare gli appalti, contrastare le coltivazioni della droga, rinforzare l’etica della sessualità per contrastare gli abusi ecc. Quando gli Usa negli anni Novanta buttarono via le chiavi delle loro carceri, i detenuti aumentarono di cinque volte e arrivarono a due milioni. I posti liberi di coloro che delinquevano vennero occupati da altri. Ribaltare la giustizia invece significa prevedere la personalizzazione e l’espiazione della pena anche fuori dal carcere. In molti operatori della giustizia ci credono. Io devo ringraziare per esempio il dott. Giuseppe Mastropasqua Presidente del tribunale di sorveglianza di Campobasso e tutti i direttori delle carceri che me lo hanno spalancato!!!

La macchina della giustizia

Eppure l’universo carcere non si limita ad essere i suoi detenuti, è un mondo complesso di relazioni che coinvolge l’amministrazione carceraria, la polizia, gli operatori, gli avvocati, i volontari. Un mondo fatto di incontri e di scontri, di interessi e di paradossi, intorno a un grande assente: le vittime con il loro dolore.
Lo Stato è in genere attento a risarcire le famiglie colpite, ma il dolore della vittima non ha prezzo. Soprattutto, non cessa dopo essere stato risarcito. La pena stessa inflitta al reo non tiene in conto la riabilitazione della dignità della vittima.

Capovolgere la giustizia parte da qui. Anzitutto da una grande bonifica cultura che si fonda sulla cultura dell’incontro e non dello scontro. Deve iniziare dai grandi assenti, le vittime, e da una idea di giustizia riparativa che le includa.  Per quale motivo la pena deve rimanere detentiva? L’idea di corrispettività della bilancia della giustizia in cui al negativo bisogno rispondere con il negativo ha dimostrato il suo fallimento.

L’universo carcere rimane tra i temi sociali e politici più scottanti nelle culture democratiche, ancora troppo divise tra giustizialisti e permissivisti. I primi considerano le carceri «discariche sociali» — secondo la nota definizione del sociologo Bauman —, realtà esterne alle città, in cui la punizione deve prevalere sul recupero. I secondi, invece, ritengono — correndo il rischio di non distinguere il grado di pericolosità del colpevole o la sua disponibilità a pentirsi — che le carceri facciano più male che bene. Tra questi, non mancano le posizioni di magistrati «pentiti» — come Gherardo Colombo —, i quali considerano i penitenziari inefficaci, se non addirittura dannosi per la società, perché, «invece di aumentare la sicurezza, la diminuiscono, restituendo uomini più fragili o più pericolosi».

Cosa non è e cosa è la giustizia riparativa

Continuo a credere che una via feconda sia quella della giustizia riparativa. Eccome viene definita dalla Direttiva 2012/29/UE: «ogni procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni sorte dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale»: definizione orientata alle riparabili conseguenze del reato, pressoché identica a quella della Raccomandazione n°R (99)19 «sulla mediazione in materia penale», e riferita, dunque, solo a questo particolare «servizio di giustizia riparativa».

Attenzione però. Va chiarito cosa non è giustizia riparativa. Lo scrivo perché molti operatori del diritto purtroppo la confondono e la fraintendono.
Non è negoziazione;
non è risarcimento;
non è prestare volontaria sociale nel carcere e fuori
non è diventare collaboratori di giustizia
non è il premio della messa alla prova o dell’applicazione delle misure alternative ecc.

La giustizia riparativa è una radice che nutre il modello classico di giustizia per umanizzare la pena e dare senso al dolore delle vittime, è l’insieme di azioni e percorsi che il reo svolge volontariamente, avendo egli contribuito in modo attivo e dialogico a definire il proprio impegno e avendo avuto qualche forma di incontro con le persone offese o la comunità (Tav. 13 Stati generali dell’Esecuzione penale).

Questo modello di giustizia va portato avanti insieme, fonda un nuovo modo di stare insieme, rende umana la pena e permette vittima e reo di ritornare persone anche dopo la “distruzione” del loro rapporto. L’alternativa è far rimanere tutto così… con le conseguenze che conosciamo. Da dove iniziare? La dott.ssa Bruna Piarulli, direttrice della Casa circondariale di Trani ha suggerito un primo passo “preventivo”: portare i ragazzi nel carcere perché comprendano che il fine della vita pubblica è costruire bene comune, non distruggerlo. Poi c’è un secondo passo: formare la società alla cultura della riparazione: scuole, parrocchie, associazioni, ecc. Solo così sarà possibile cambiare. Ciascuno il suo, insomma per costruire insieme un modello presente nelle Scritture.

Per approfondire: fonti da consultare

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