L’usura, dalla paura alla Misericordia

Afferma l’autrice del volume L’usura, dalla paura alla Misericordia: “Quello che mi sono trovata a vivere in prima persona, nel raccogliere interviste e testimonianze che hanno dato vita a questo libro, è un percorso umano molto intenso e profondo che abbraccia la duplice polarità del fenomeno dell’usura, connesso con il male e con il Bene. Un’insidia che si impossessa dell’essere umano in tutta la sua essenza, nel coinvolgimento sentimentale della persona, così come nei meri aspetti materiali nell’insano rapporto con il denaro. 
L’usurato compie un viaggio emozionale, che inizia con il contrarre un prestito, un gesto banale che presto lo porta nell’inferno del terrore, della rabbia, del dolore, in alcuni casi fino alla morte.

C’è sempre però un punto del percorso in cui è possibile cambiare la rotta, ed è qui che entra in gioco la Misericordia, che apre ad una nuova vita. Una rinascita che non può prescindere dal perdonare prima di tutto se stessi, per essere caduti nell’errore dell’usura e per il dolore procurato alle persone care. È il momento cruciale della vita di una vittima dell’usura, il perdono di se stessi è ciò che segna la svolta. La Misericordia degli altri, che si esprime con l’aiutare a rialzarsi senza chiedere il perché della caduta, è la sua conseguenza. Pian piano quel viaggio emozionale abbandona la corsia della paura, dell’odio, della tristezza e della rabbia e prende la via dell’amore, della speranza, del coraggio e della giustizia. Si apre un mondo nuovo alla scoperta di persone nuove, di passioni e sentimenti, di cui prima di entrare nella morsa dell’usura si ignorava l’esistenza”.

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La storia di Rodolfo

Sono decine di migliaia le vite rovinate dalla logica perversa dell’usura che il volume racconto e che ho sintetizzato anche nel mio studio su Il dramma dell’usura. Accenneremo qui ad alcune di queste storie, per immergerci nella sofferenza che esse raccontano. Quella di Rodolfo, anzitutto. Piccolo imprenditore, in piena crisi economica — siamo nel 2008 — non si è sentito di licenziare i suoi 12 dipendenti. «Negli ultimi 4 anni mi avevano fatto più volte desiderare la morte, i miei “amici” usurai. Amici, appunto. Perché loro erano diventati tutta la mia vita. Da quando sono entrati hanno fatto terra bruciata intorno a me. È come se ti prendessero tutto, anche l’anima, il cervello. Non solo il tuo denaro, anche quello dei tuoi familiari». Rodolfo racconta che anche sua madre e sua sorella si sono indebitate nella speranza di aiutarlo. Da quell’inferno — dice — non sarebbe uscito senza l’aiuto delle forze dell’ordine e di professionalità specializzate. E, aggiunge, di questo si assume consapevolezza «solo quando ne sei fuori. Quando sei dentro, diventi uno di loro, perché sei disposto a fare tutto per paura di ritorsioni nei confronti dei tuoi cari» .
Tutto comincia da un pagamento con un assegno postdatato a un imprenditore che non rispetta i patti e porta l’assegno in banca per l’incasso; poi, la richiesta di un prestito di 10.000 euro per saldare il debito, sul quale però maturano 1.000 euro di interessi al mese e 100 euro per ogni giorno di ritardo dalla scadenza. Anche la vendita dell’attrezzatura da lavoro viene deprezzata a causa dell’urgenza di denaro liquido. «Fui costretto ad andare anche alla Caritas a prendere gli alimenti per la mia famiglia, fu davvero umiliante, mi vergognai» .
Dopo aver toccato il fondo, la forza di denunciare. Rodolfo chiede aiuto alla Fondazione antiusura, presieduta da mons. Alberto D’Urso. Per quanti cadono nelle reti degli usurai, la Consulta nazionale antiusura — nata nel 1995 con il sostegno della Conferenza episcopale italiana e che attualmente riunisce 28 Fondazioni sparse in tutte le regioni italiane — rimane un punto di approdo sicuro. Ha affermato mons. D’Urso: «Se da una parte prima la gente in difficoltà si rivolgeva a noi con richieste da 30/40.000 euro, oggi invece le debitorie si aggirano intorno ai 500/600.000 euro; dall’altra anche i nostri sostenitori privati e benefattori hanno ridotto i contributi. Ci siamo dati pertanto anche noi un tetto massimo di 50.000 euro, che il nostro intervento non deve superare. Non poniamo limiti invece alla nostra solidarietà, che si spiega a tutto campo, dal sostegno morale, psicologico e familiare tramite le associazioni di volontariato, cui siamo collegati, a quello tecnico e legale. Sosteniamo le spese legali di coloro che decidono di denunciare gli usurai, ci poniamo come intermediari tra le banche, le imprese e le famiglie indebitate cercando di agevolare i sempre più difficili rapporti bancari».

La storia di Paolo

Anche la storia di Paolo è analoga a quella di Rodolfo, ma nella rete dell’usura lo ha portato il vizio del gioco. Nel 2000 egli chiede i primi 20 milioni di lire, diventati in breve tempo, a causa degli interessi, un debito di 50 milioni. Nel 2005 riceve tre assegni da 3.000 euro, la data scritta a matita, a 30, 60 e 90 giorni. L’usuraio è particolarmente spietato: a distanza di soli 6 mesi, la somma che Paolo si trova a dovergli restituire è di 60.000 euro. Poi la forza di sporgere denuncia, e uno Stato che lo lascia solo: «Gli usurai, però non dimenticano e, uscito dall’ospedale, ripresero a cercarmi e minacciarmi» . È la garanzia della Fondazione antiusura presso la banca a permettergli di ottenere un prestito per un nuovo mutuo, e così ricominciare.
Il gioco d’azzardo, la necessità di prestiti a usura e la crisi sociale si intrecciano come lati dello stesso prisma. Rappresentano il sintomo e la conseguenza di una cultura malata che si affida alla sorte, la voglia di arricchirsi senza fare sacrifici, o semplicemente l’illusione di trovare una scorciatoia . Perché le conseguenze del gioco d’azzardo non sono esclusivamente una responsabilità personale: a livello sociale sono simili a una piaga, che la politica è chiamata a medicare e guarire. Anzitutto, la regolamentazione della pubblicità dell’azzardo, il potenziamento dei controlli, la trasparenza dei politici in relazione alle lobby. Sono troppe le persone povere intrappolate nelle catene della dipendenza e nel giro dell’usura.
C’è ancora un’altra storia. «Michele è sotto la protezione dello Stato da 6 anni, è diventato un collaboratore di Giustizia, ha dovuto lasciare la sua città, vive in un altro angolo dell’Italia sotto un’altra identità con sua moglie […]. Pagava fino a 10.000 euro al mese. Non ce l’ha fatta più». Sono seguiti la denuncia degli usurai e il sequestro di oltre 2 milioni di euro di beni. L’uomo aveva un pub a gestione familiare. Quando decide di ampliarlo, la banca promette di prestargli 1.500.000 euro. I lavori di ampliamento cominciano, ma gli assegni che Michele emette restano non coperti: la banca gli ha ritirato la fiducia. La richiesta di denaro agli usurai che frequentano il pub diventa il passo successivo. Riceve subito 150.000 euro a 10.000 euro di interessi al mese. Da lì il crollo: il pignoramento della casa e i debiti accumulati. «Vivevano con i suoi guadagni che non superavano 50 euro al mese […]. Dovette vendere anche le fedi nuziali. La figlia di Michele cadde in una crisi depressiva» . L’aiuto della Fondazione antiusura e 65.000 euro dalla causa penale vinta contro gli aguzzini hanno aiutato Michele a rialzarsi.
La gravità del fenomeno sta nel fatto che i tassi di interesse sono altissimi. In uno studio dell’Eurispes che risale a qualche anno fa si sottolineava che nel 44% dei casi gli interessi raggiungono il 100%, nel 24% dei casi si spingono fino al 200%, nel 23% fino al 500% e nel 9% superano addirittura il 500%. Le conseguenze che comporta il rivolgersi al credito usuraio sono sempre drammatiche. Nel 23% dei casi il ricorso agli usurai conduce al fallimento o alla chiusura o cessione a terzi dell’impresa e dell’esercizio commerciale. Ma il risvolto più terribile è il ricorso al suicidio come soluzione quando ci si trova sull’orlo del baratro, spinti da una sudditanza psicologica e dal senso di colpa; in questi ultimi 20 anni, a causa dell’usura si sono suicidate una media di circa 140 persone l’anno.

La storia di Giovanni

Presenta elementi drammatici anche la storia di Giovanni: «A causa di un incidente stradale provocato dai suoi aguzzini ha perso i denti, l’uso di una gamba e di un braccio, per cui anche le possibilità di lavoro sono molto ridotte […]. Spesso non gli resta che chiedere l’elemosina ai semafori per procurarsi un tozzo di pane per sé, sua moglie e gli alimenti speciali per la figlia celiaca» . Poi il suo sfogo: «Però, per quello che ancora oggi sto vivendo, mi chiedo se ne è valsa la pena denunciare. All’inizio dell’anno ho ricevuto una busta con un proiettile. I miei avvocati mi dicono che la mia pratica andrà in prescrizione, non si celebrerà il processo e decadrà tutto. Ho tentato di parlare con il giudice, ma non mi ha voluto ricevere. In 10 anni il mio avvocato ci è riuscito una sola volta. Lo Stato mi inseguirà fino all’ultimo dei miei giorni per recuperare i suoi soldi» .
In generale le indagini sono lunghe e complesse: ricostruire il materiale probatorio non è semplice, ci sono cause di denunce fatte circa 20 anni fa e bloccate negli ingranaggi troppo lenti della giustizia. Certo, le varie Fondazioni antiusura rimangono un punto di riferimento, non di rado proteggono le famiglie, che durante la fase della denuncia ricevono pesanti minacce di morte. Ma tutto questo non basta . Di certo è necessario fare un primo passo: vincere la paura e la solitudine e denunciare gli usurai. Nel 2014 le denunce per usura sono cresciute del 40%, i soggetti arrestati sono il 30% in più rispetto al 2013. La maggior parte del fenomeno resta però occulta.

Chi è l’autrice

Michela Di Trani, giornalista professionista, è iscritta all’Unione Cattolica Stampa Italiana, UCSI. Nell’ambito del “Laboratorio della Buona Notizia”, un progetto dell’UCSI Puglia rivolto a raccontare il primato della persona sulla massa, dell’essere sull’avere, quest’anno ha seguito la sperimentazione di “CarcereLab” nel penitenziario di Bari, che ha dato voce alla speranza delle persone oltre le sbarre.

Ha collaborato con le emittenti televisive TeleDehon, TeleNorba e TeleBari e con gli Uffici Stampa dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani Puglia, della Camera di Commercio di Bari, del Comune di Andria e di alcuni gruppi del Consiglio Regionale della Puglia.

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