Il Cardinal Parolin tra i giornalisti dell’Ucsi

Vatican Secretary of State, Cardinal Pietro Parolin, arrives to Nervi Hall to attend the Extraordinary Synod on the Family in the Synod Hall. Vatican City, 8 October 2014. ANSA/CLAUDIO PERI

Riporto qui l’intervento del Cardinale Segretario di Stato Vaticano, S. Em. Pietro Parolin, che ha onorato i giornalisti dell’Ucsi durante il Congresso di Matera del 5 marzo 2016. Si tratta di un discorso importante che il giornalismo italiano può meditare per trovare nuova linfa vitale al suo agire.

DISCORSO XIX CONGRESSO UNIONE
CATTOLICA STAMPA ITALIANA (U.C.S.I.)

Le sfide del giornalismo ai tempi di Francesco

Sig. Presidente,
Cari soci dell’UCSI,
Distinti Signori e Signore,
Cari amici,

Sono lieto di indirizzarvi il mio saluto in occasione del XIX Congresso Nazionale dell’Unione Stampa Cattolica Italiana, Ringrazio per l’invito il Presidente della vostra associazione, Andrea Melodia, e ciascuno di voi che rappresentate quasi tutte le regioni del Paese.
Il tema che vi siete proposti vi consente di fermarvi, ascoltarvi, confrontarvi e dare nuovo slancio al vostro agire, sia come credenti impegnati nel mondo della comunicazione, sia come professionisti.

In uno dei suoi primi discorsi, il Beato Paolo VI, rivolgendosi ai giornalisti, ricordò suo padre giornalista e precisò la vostra missione nel mondo: «Giornalista d’altri tempi, si sa, e per lunghi anni direttore d’un modesto, ma ardimentoso quotidiano di provincia; ma se dovessimo dire da quale coscienza della sua professione e da quali virtù morali fosse sostenuto, pensiamo che facilmente, senza esserne trascinati dall’affetto, potremmo tracciare il programma di chi concepisce la stampa una splendida e coraggiosa missione al servizio della verità, della democrazia, del progresso; del bene pubblico, in una parola» . È su queste dimensioni che vorrei soffermarmi.

Anzitutto il servizio alla verità dei fatti e delle persone che non hanno voce. In un mondo sempre più interconnesso la verità si dà come un poliedro – direbbe Papa Francesco – che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità (cf. Evangelii gaudium, n. 236).
Quando invece si disconosce la ricerca della verità, si finisce col dissolvere la stessa notizia. È vera la notizia che mette al centro la persona. Come annota Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: “Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in Borsa” (n. 53). Oltre agli slogan e alle ideologie c’è una ricerca da compiere nello spazio pubblico per difendere ciò che è umano e denunciare ciò che è invece disumano.

Le parole non sono mai neutre, orientano la comprensione e dunque influiscono sui nostri atteggiamenti. Se saprete dire una parola di senso, di comprensione, di ascolto e di consolazione davanti alla vita e alle sue vicende, saprete ritrovare la più nobile missione del giornalismo, che è quella di dar voce a chi non l’ha, perché la credibilità si fonda sull’integrità, l’affidabilità, l’onestà e la coerenza del giornalista, che possono essere definite anche come un’alta forma di fedeltà alla democrazia.
Per la cura della democrazia una buona informazione può fare molto: serve a creare luoghi per ascoltarsi e garantire il pluralismo; e a scoprirci uniti da un medesimo destino. Un’informazione libera da interessi parziali ha il compito di costruire giorno dopo giorno sentieri di integrazione.

Grandi temi come il rapporto tra la democrazia e la comunicazione, la definizione di ciò che deve essere «servizio pubblico», e la missione del giornalismo vanno ripensati e accompagnati, non tanto approfondendo gli aspetti tecnici, quanto piuttosto quelli antropologici, che rimandano alle intenzioni, al senso dell’agire umano e alle sue conseguenze.
Nel messaggio per la 50ma giornata delle Comunicazioni sociali Papa Francesco ha ricordato che la costruzione di cittadinanza è uno dei fini della democrazia, e l’informazione di qualità ha una grande responsabilità in quanto, scrive il Pontefice, «l’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale».
Il Papa chiede quindi alle istituzioni di essere vigilanti su come si forma l’opinione pubblica, sul rispetto della libertà di pensiero e su chi ha sbagliato. “È auspicabile – ci ricorda – che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto. Faccio appello soprattutto a quanti hanno responsabilità istituzionali, politiche e nel formare l’opinione pubblica, affinché siano sempre vigilanti sul modo di esprimersi nei riguardi di chi pensa o agisce diversamente, e anche di chi può avere sbagliato”.
Poi l’invito che tocca anche la vita della vostra associazione: «Ci vuole invece coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’opportunità di realizzare una pace duratura».

La Chiesa inoltre accompagna i progressi e i cambiamenti tecnologici con le conseguenze che essi producono. Colpisce sempre il gesto simbolico che, con l’evolvere della tecnologia, ogni Papa compie. Il 12 febbraio 1931 Pio XI lanciò il suo primo messaggio via radio; nel 1953 Pio XII è apparso per la prima volta in tv, il 3 dicembre 2012 Benedetto XVI ha lanciato il suo primo messaggio via twitter; nella festa del Corpus Domini del maggio 2014 Papa Francesco ha deciso di collegarsi in mondovisione con 500 cattedrali sparse nel mondo.
Già Pio XI (1857-1939) chiamò in Vaticano l’inventore della radio, Guglielmo Marconi, e inaugurando le sue installazioni, affermò in forma di preghiera: «Benedici questa serie di macchine che servono a trasmettere nelle onde dell’etere, affinché comunicando le parole apostoliche anche ai popoli lontani siamo riuniti con te in un’unica famiglia». Egli esprimeva il desiderio di utilizzare un mezzo tecnologico per costruire «un’unica famiglia».

La scelta che nel tempo è stata fatta dai Papi può essere riassunta in un passo del messaggio della 47ma Giornata mondiale delle comunicazioni 2013: «Lo scambio di informazioni può diventare vera comunicazione, i collegamenti possono maturare in amicizia, le connessioni agevolare la comunione. Se i network sono chiamati a mettere in atto questa grande potenzialità le persone che vi partecipano devono sforzarsi di essere autentiche, perché in questi spazi non si condividono solamente idee e informazioni, ma in ultima istanza si comunica se stessi». Il Papa ha riconosciuto che i media favoriscono la condivisione delle notizie e che nella comunicazione, prima di portare un’idea, si è chiamati a comunicare se stessi.

Il giornalista non è un demiurgo, ma un mediatore, un facilitatore. Per il giornalista cattolico la fede non si oppone alla ricerca, come ci ha ricordato Papa Francesco nella Lumen Fidei (n. 2). Al contrario: “Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta” (LF 1). L’essere “nel mondo, ma non del mondo” vi consente di collocarvi in una prospettiva capace di coniugare la responsabilità e l’impegno appassionato insieme alla libertà dagli interessi di parte e da forme di pensiero dominanti anche se passeggere.
Nell’era del web il compito del giornalista non è più “arrivare primo” ma “arrivare meglio”, per identificare le fonti credibili, contestualizzarle, interpretare ed essere così memoria storica di una comunità civile.

Nel settembre del 1959 i vostri fondatori, tra i quali mi limito a ricordare Giuseppe Dalla Torre (il primo Presidente), Guido Gonella, Pietro Pavan, Andrea Spada, Raimondo Manzini, vissero insieme un’esperienza di fede che si incarnava in esperienza di dono e di servizio al Paese.
Il ruolo sociale che l’UCSI ha svolto in questi anni di vita, si è sempre basato sui principi di laicità e di cittadinanza, che vi hanno permesso di tessere – come laici impegnati soprattutto in testate laiche – il dialogo Chiesa-mondo voluto dal Concilio Vaticano II.

La vostra professione e le vostre competenze siano un servizio ecclesiale al servizio di tutti i cittadini. Questo nuovo impegno valorizzerà la vostra laicità e la vostra indipendenza. La garanzia per creare sinergie, sia all’interno del mondo ecclesiale, sia in quello sociale è ripartire da un investimento nella formazione culturale.
Insieme ai gesuiti di oggi della Civiltà Cattolica – a cui siete storicamente legati e che vi hanno accompagnato attraverso figure come il Card. Roberto Tucci, il P. Bartolomeo Sorge, il P. Pasquale Borgomeo – e a quanti hanno a cuore il tema della comunicazione come servizio pubblico, avete i mezzi per entrare nel dibattito pubblico con una rinnovata visione cristiana sui temi della comunicazione.
In questo Congresso potete fare un altro passo avanti che segni e caratterizzi la vostra storia e la vostra missione.
In questi ultimi anni, attraverso la rivista Desk, le pubblicazioni, la scuola di formazione al giornalismo, la nascita dell’Osservatorio Mediaetica e l’animazione culturale in molte parti del Paese, state esortando il giornalismo a non cessare di assolvere il proprio ruolo sociale. Siete tra le poche voci che parlano di etica. Il momento storico che viviamo chiede di unirsi e non di dividersi, chiede di testimoniare il vostro servizio gratuito e di lavorare insieme con spirito comunitario.

Il 12 giugno 2010 la Chiesa ha proclamato Beato il primo giornalista laico, Manuel Lozano Garrido, più conosciuto come Lolo. Vissuto ai tempi della guerra civile spagnola, quando essere cristiani significava rischiare la vita, con la sua macchina da scrivere Lolo non smise di raccontare la verità. Nonostante la malattia che lo costrinse a vivere 28 anni sulla sedia a rotelle, non cessò di amare la professione giornalistica. Scrisse migliaia di pagine ispirate dalla fede: «Portate la macchina da scrivere, mettetela sotto il tavolo, in modo che il tronco della croce si conficchi nella tastiera e lì faccia radici».
Nel suo “decalogo del giornalista” estremamente attuale ed utile, raccomanda agli operatori della carta stampata di “pagare con la moneta della franchezza”, di “lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità” e di non servire “né pasticceria né piatti piccanti, piuttosto il buon boccone della vita pulita e speranzosa”.
In occasione della sua beatificazione, Benedetto XVI affermò: «I giornalisti potranno trovare in lui un testimone eloquente del bene che si può fare quando la penna riflette la grandezza dell’anima e si pone a servizio della verità e delle nobili cause».

Secondo questo spirito auguro a voi tutti, in particolare al nuovo Presidente e ai membri del Consiglio che eleggerete domani, di raccogliere e testimoniare l’eredità che vi è stata consegnata per essere in grado di rispondere con alto senso di responsabilità alle sfide che attengono alla vostra missione di comunicatori.

Cardinal Pietro PAROLIN

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