Il perdono nel Concilio Vaticano II e nei documenti successivi

 
Estratto dal Quaderno N° 3904 del 16/02/2013  della Civiltà Cattolica I-424:
IL RITORNO DELLA CONFESSIONE. Il fondamento della vita morale cristiana.

Il Concilio Vaticano II definisce il sacramento della penitenza su due elementi presenti nella teologia dei padri della Chiesa: l’elemento ecclesiale e il concetto di riconciliazione.

La dimensione della penitenza ha anzitutto un carattere ecclesiale: «Coloro che si accostano al sacramento della penitenza, ottengono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese arrecate e la riconciliazione con la Chiesa che hanno ferito con il loro peccato, ma che opera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera»[1]. Nella dimensione ecclesiale si riscopre il senso profondo della riconciliazione: i sacerdoti, che sono collaboratori di Cristo nell’opera della riconciliazione, «con il sacramento della penitenza riconciliano i peccatori con Dio e con la Chiesa»[2].

Attraverso il sacramento della penitenza Dio «crea e ricrea» la sua creatura, la «libera» dalla schiavitù, la «salva» dal male che ha commesso. Per questo la Gaudium et spes ricorda che confessarsi significa ritrovarsi e ricomporre una rottura di relazione: «L’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento, sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create» [3].

confessione

L’orizzonte su cui il Concilio colloca il sacramento della riconciliazione è di grande respiro: la centralità della Parola di Dio, la fede intesa come atto del «fidarsi e affidarsi», la penitenza vissuta nella quotidianità, la celebrazione nella forma sacramentale. In verità sulla forma del sacramento il Concilio non dà indicazione precise, ma perché l’uomo contemporaneo potesse capirne il senso ha raccomandato di rivedere «il rito e le formule della penitenza in modo che esprimano più chiaramente la natura e l’effetto del sacramento»[4].

Questo orientamento ha trovato la sua espressione nel Rito della penitenza in vigore dal 21 aprile 1974, nell’enciclica Dives in misericordia (1980) nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia (1984). Quest’ultima si apre avendo a cuore il significato della confessione: «Parlare di riconciliazione e penitenza è, per gli uomini e le donne del nostro tempo, un invito a ritrovare, tradotte nel loro linguaggio, le parole stesse con cui il nostro salvatore e maestro Gesù Cristo volle inaugurare la sua predicazione: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15)» (n.1) [5].

Responsabilità, pena e peccato interagiscono insieme[6]. Quest’ultimo nasce sempre da una scelta libera, consapevole e responsabile. Se dunque, come ogni scelta, il peccato esprime ciò che la persona è, la confessione esprime le intenzioni di quello che la persona vuol diventare. In una confessione spesso emergono scrupoli o sensi di colpa, ma ciò che si è chiamati a consegnare davanti alla misericordia di Dio è il peccato che si è commesso. Questo si dà secondo tre elementi: la scelta di fare il male (la materia), il riconoscimento come tale (avvertenza), l’adesione con una decisione propria (consenso)[7].

Foto di Martini

Card. Martini al Conclave del 2004

A livello pastorale, il card. Martini, ha più volte proposto di celebrare il sacramento della riconciliazione in un triplice momento: confessio laudis, confessio vitae, confessio fidei. Noi proponiamo di aggiungere anche la confessio amoris. La confessio laudis risponde alla domanda: dall’ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio che mi è stato vicino? Iniziare con il ringraziamento e la lode mette la nostra vita nel giusto quadro ed è molto importante far emergere i doni che il Signore ci ha fatto.

La confessio vitae può partire dalla domanda: dall’ultima confessione, che cosa c’è in me che vorrei non ci fosse? Che cosa mi pesa? Domande che aiutano a mettere in parola il male compiuto o il bene omesso, seguendo per esempio, lo schema dei dieci comandamenti o delle virtù teologali e cardinali ecc. La confessione può sottolineare omissioni di bene ma anche quegli atteggiamenti interiori da cui le mancanze derivano: antipatie, risentimenti, sospetti, delusioni, amarezze; le radici che nutrono i peccati. Mettere in parola e oggettivare il vissuto davanti a Dio e alla Chiesa, da la possibilità alla sua grazia di curare le ferite e sanare il cuore. La confessio fidei è la preparazione immediata a ricevere il perdono di Dio. È la proclamazione davanti a lui: «Credo nella tua potenza sulla mia vita» [8]. La confessio amoris è lo stupore di poter ancora dire «ti ringrazio che sei il mio Dio» e di sentire che la forza della sua fedeltà ha vinto le mie infedeltà per non rinnegare se stesso.


[1] Lumen gentium, n. 11.

[2] Presbyterorum ordinis, n. 5.

[3] Gaudium et spes, n. 13. Per i documenti conciliari il sacramento della penitenza assume per il credente una triplice dimensione: trinitaria, pasquale ed ecclesiale. In altre parole è vissuto all’interno del cuore del Dio uno e trino, rigenera a una vita nuova, ha una valenza comunitaria.

[4] Sacrosanctum concilio, n. 72.

[5] Il Documento si struttura in un proemio e in tre parti: I. Conversione e riconciliazione: compito e impegno della Chiesa (5-12); II. L’amore più grande del peccato (13-22); III. La pastorale della penitenza e della riconciliazione (23-34).

[6] La visione del sacramento della riconciliazione del post-concilio si ispira al personalismo cristiano che ridefinisce i temi della confessione su nuovi equilibri: l’attenzione alla persona del penitente, al suo rapporto con Dio e i fratelli, al suo progetto di vita, tenendo conto anche dei degli ambiti famigliare, sociale, ecclesiale ecc. A questo proposito cfr R. Frattallone, Il dono del perdono. Prospettiva pastorale celebrativa, Torino, Elledici, 2009, 89.

[7] D. Lanfranconi, «Peccato», in Nuovo dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo (Mi), Paoline, 1990, 901.

[8] Cfr Carlo Maria Martini, La via di Timoteo, Milano, Piemme, 2001.

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