Dire Dio, oggi

L’ateismo, nel mondo di oggi, ha preso un volto nuovo. Resta sempre quello che è stato nel passato: negazione dell’esistenza di Dio e lotta contro coloro che si ostinano a difendere la sua presenza e il suo influsso nella vita della società. Ma in questi ultimi decenni, da anti-teismo quale esso era nel passato, è divenuto un vero e proprio a-teismo in cui Dio tende a scomparire dall’orizzonte dell’uomo e della società moderna. In altre parole Dio tende a diventare sempre più insignificante o addirittura sconosciuto.

La «morte di Dio», divenuta un «problema» nella seconda metà secolo XX, è per molte persone di oggi una «realtà» accettata come se fosse una cosa ovvia, senza incidenza nella vita.

In realtà, l’insignificanza di Dio nella vita dell’uomo comporta gravi conseguenze. Anzitutto: «Quando la gente smette di credere in Dio ― ha affermato Gilbert K. Chersterton ― non inizia a non credere più in niente ma finisce col crede in tutto». Poi, il non credere in Dio non facilita il dare senso ai problemi della vita e della morte, ma li rende insolubili. Ecco, allora, che la questione di Dio tocca le domande aperte sull’esistenza umana ma anche l’origine e il destino del mondo.

Dio è stato «eclissato» dalla cultura contemporanea, come il sole quando è oscurato dalla luna, perché l’uomo pretende di afferrarlo con la sua mentalità oggettivante. Di Dio, infatti, non si può conoscere tutto, ma ciò che su di Lui si può conoscere è accessibile a tutti.

Se il nucleo della secolarizzazione delle società euroatlantiche consiste, come ritiene Charles Taylor, nel considerare la fede in Dio come un’opzione tra le altre, allora è necessario ripartire da un dato: siamo passati da una società in cui era

«virtualmente impossibile non credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto [credere in Dio] è solo una possibilità umana tra le altre».

Così la questione di Dio è la domanda cruciale da cui dipende radicalmente la scoperta del senso del mondo e della vita. Come la stella divide il cielo in due, la presenza o l’assenza di Dio dall’esistenza umana scava-no un solco profondo nel mondo.

Al termine della lettura il lettore potrebbe chiedersi: «Quale Dio seguire?».

Dalla Scrittura infatti emergono diversi volti di Dio a cui l’uomo è chiamato ad aderire o che può rifiutare. Anzitutto c’è il «Dio forte» dal volto pungente e duro che viene chiamato il «Dio d’oro» (Es 20,23).

C’è il «Dio ignoto» degli ateniesi (Atti 17,23), quello dell’esoterismo e della magia che ha tanti adepti nel nostro tempo.

Esiste il «Dio nascosto» (Is 45,15) ricercato dagli uomini che soffrono, cantato dai poeti e spiegato dai filosofi. È il Dio incontrato da Giobbe nel suo dolore che ha una carica profonda di meta razionalità e porta ad esclamare:

«Ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,5).

C’è il «Dio luce» del cap. 15 del Vangelo di Giovanni che si rende visibile attraverso l’analogia e la forza della parola.

Infine c’è il «Dio amore», quello che sottolinea la personalità di Dio, che en-tra in rapporto con l’umanità e la creatura che soffre, sperimenta il silenzio e la lontananza dal Padre, si carica sulle spalle il male del mondo e sperimenta la morte salvando l’uomo non dall’alto della sua onnipotenza ma dalla debolezza della sua impotenza.

Se davvero credere in Dio significa dare senso alla propria vita e alla propria morte, allora la ragione con cui pensiamo Dio oggi ci può accompagnare a ripetere l’esperienza dell’uomo di fede che con le parole di sant’Agostino può dire:

«Quando cerco te, o mio Dio, io cerco la felicità della mia vita».

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