Stop alla violenza sulle bambine

Se è vero, come ha scritto il teologo protestante Dietrich Bonhoffer, che «il senso morale di una società si misura su ciò che fa per i suoi bambini», il grado di disumanizzazione di un Paese si misura sulle violenze che i bambini subiscono, tra le mura domestiche o all’interno delle culture in cui vivono.

La violenza sui bambini assume oggi forme assai diverse: dalla violenza fisica e psicologica agli abusi; dalle discriminazioni agli uteri in affitto e così via. Di recente Terre des Hommes ha pubblicato un Rapporto che si concentra sulla condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo, soffermandosi in particolare sulle creature mai nate, sullo sfruttamento delle giovani nel mondo del lavoro, sulle mutilazioni genitali a cui sono sottoposte. Ci sono ancora 65 milioni di bambine e ragazze che non vanno a scuola; una ragazza su tre nei Paesi in via di sviluppo si sposa prima di compiere 18 anni; 70 milioni di ragazze subiscono abusi e violenze fisiche che ogni anno provocano 60.000 decessi.

Il 19 novembre sarà celebrata la giornata mondiale per la prevenzione dell’abuso contro i bambini. Spero che queste righe siano un modo per onorare la loro memoria e per rimettere al centro del nostro agire la dignità dei bambini troppo spesso silenziosamente violentati.

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Ci sono per esempio ancora bambine e ragazze costrette a soffrire per sempre a causa delle mutilazioni genitali femminili che — nonostante si siano ridotte per le coraggiose campagne dell’Onu e le politiche di molti Stati — riguardano 125 milioni di ragazze . Le operazioni traumatizzanti e dolorose eseguite in genere da fattucchire con strumenti rudimentali e spesso eseguite senza anestesia impediscono la cicatrizzazione dei tessuti, rendono le donne più esposte al contagio da Hiv, sono inoltre causa di complicanze durante il parto, di malattie infiammatorie e di incontinenze urinaria. Le emorragie e le infezioni possono condurre alla morte. La pratica che si concentra soprattutto in 29 Paesi africani e in alcuni Paesi del Medio Oriente è difficile da estirpare perché in certe zone è la condizione per trovare marito e per conservare l’onore della donna e della famiglia; in So-malia riguarda il 98% delle donne, in Guinea il 96%, in Egitto il 91%. Nella Repubblica Centrafricana, in Ciad, Egitto e Somalia, le ragazze mutilate tra i 5 e i 14 anni sono circa l’80%. Da questa pratica non si salva nemmeno l’Europa in cui risiedono circa 500 mila tra donne e ragazze immigrate a cui sono stati mutilati i genitali, mentre circa 180 mila ragazze rischiano l’operazione ogni anno. Sono le mamme a richiedere ai medici di praticare tali mutilazioni.

 

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È il traffico di esseri umani la più importante fonte di finanziamento dei gruppi terroristici. Scrive Zainab Hawa Bangura, la speciale rappresentante dell’Onu sulle violenza sessuali nei conflitti: «Le donne e le ragazze vengono divise in tre categorie. La prima è quella delle donne sposate con bambini e delle anziane. La seconda sono le donne e le ragazze sposate senza figli, la terza è quella delle ragazze più giovani. Queste ragazze vengono spogliate, pulite e fatte sfilare come se fossero bestiame. Le più belle e giovani, ancora vergini, vengono inviate alla base dell’Isis a Raqqa. Lì sono distribuite tra i combattenti o vendute come schiave sessuali al mercato secondo dei veri e propri listini, che praticamente mettono un prezzo alla vita umana. Ho avuto una copia di questi listini, con i prezzi delle donne e dei bambini cristiani e yazidi. I bambini (femmine e maschi, dai nove anni in giù) valgono 200mila dinari, l’equivalente di circa 150 dollari. Le bambine e le ragazze dai 10 ai 20 anni vengono vendute per 150 mila dinari (circa 120 dollari), mentre le donne tra i 20 e i 30 anni costano sui 100 mila dinari (80 dollari). Mi hanno raccontato di ragazze “ripulite” con un getto di petrolio, a cui veniva appiccato il fuoco se si rifiutavano di fare ciò che ordinavano i loro cosiddetti “padroni”. Oltre che al mercato, le ragazze vengono scambiate tra i combattenti. Ogni volta che una ragazza cambia padrone, è una transazione finanziaria che arricchisce un gruppo terroristico. Quel denaro poi è utilizzato per comprare armi, pagare i combattenti e finanziare il progetto del califfato».

Indian girls dressed in traditional attire watch a cultural performance as they celebrate Lohri festival in Jammu, India, Monday, Jan. 13, 2014. Lohri is a celebration of the winter solstice observed by Hindus and Sikhs in northern India. (AP Photo/Channi Anand)

Stefano Vecchia su Avvenire del 28 febbraio si occupato delle ragazze costrette ad affittare l’utero. Scrive: “La vicenda di Phulmani (il nome è di fantasia) e l’orrore inflittole aprono una breccia nell’omertà e negli interessi che hanno finora nascosto un’altra delle piaghe dell’India. Dall’età di 13 anni la giovane, oggi 31enne, è stata ridotta in schiavitù e poi costretta ad accogliere in grembo figli – sei in tutto – di coppie paganti che le sarebbero stati tolti dopo un periodo di allattamento al seno, abitualmente di sei mesi. La sua vicenda, portata alla luce dall’organizzazione Shakti Vahini, Ong che nella capitale Delhi ha finora salvato dallo sfruttamento un centinaio di ragazze provenienti come Phulmani dalle are rurali dello Jharkhand, ha dischiuso una realtà finora solo sospettata. Originaria del villaggio di Patru, in un’area che è considerata un serbatoio inesauribile per i predatori organizzati che alimentano e soddisfano le più diverse esigenze nelle grandi città, dallo scorso anno Phulmani è tornata a casa.

Ma le sue ferite emotive sono profonde e probabilmente non rimarginabili. «Mi hanno trattata come una macchina per fare soldi. Non hanno mai avuto interesse per quello che volevo, tutto quello che interessava loro era che facessi nascere i bambini», ha detto nell’intervista rilasciata al quotidiano indiano Hindustan Times, incapace di guardare negli occhi il reporter. Phulmani – che non ha mai avuto la possibilità di conoscere la destinazione dei bambini o di rivederli – era stata attirata a Delhi con la promessa di un impiego da un procacciatore attivo nel suo villaggio.

Tuttavia, dopo avere lavorato per un anno come domestica, la sua vita era cambiata come mai avrebbe sospettato potesse succedere. Una condizione che ha reso il suo caso, se possibile, ancora più simbolico e atroce rispetto alle 10mila coetanee – come lei in buona parte tribali o aborigene – che ogni anno (secondo le stime dei gruppi per i diritti umani) vengono “esportate” dallo Jharkhand per servire nelle case di cittadini benestanti della capitale oppure nei suoi bordelli”.

A quale prezzo garantire pseudo-diritti di persone che vogliono un figlio ad ogni costo???

Leggi l’articolo.

Domestic_Abuse

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