Ilva di Taranto: una ferita da sanare

Il caso dell’Ilva di Taranto, l’acciaieria più grande d’Europa, va oltre la cronaca e pone all’attenzione dell’opinione pubblica una serie di scenari complessi: dalla difesa di una fabbrica di importanza strategica alle conseguenze dell’inquinamento, che causa malattie e morti; dalle scelte degli ultimi tre Governi a favore della produzione alle sentenze della Magistratura, che ha più volte bloccato la vendita dell’acciaio.

Ilva 2

Sembra di assistere alla parte conclusiva di un copione iniziato con gli impianti chimici di Porto Marghera, dell’Italsider di Genova e di Bagnoli, dalle fabbriche di eternit di Casale Monferrato. Con una differenza però: la storia dell’Ilva sembra non avere una fine e un fine condiviso.

La prima pietra dello stabilimento viene posata il 9 luglio 1960; un esercito di quasi 40.000 lavoratori esegue lo sbancamento di 528 ettari, fatti da uliveti, antiche masserie, campi da pascolo, autorizzati da una semplice concessione edilizia rilasciata dal Comune. Un video dell’Istituto Luce che può essere visto su Youtube documenta la cerimonia di inaugurazione del 10 aprile 1965 pensata come un grande battesimo per l’industria italiana in cui il Presidente del Consiglio di allora, Aldo Moro, con alcuni suoi ministri, assistono ad una gigantesca colata di acciaio di 300 tonnellate. Lo Stato, dopo aver pensato a Taranto per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, investe quasi 400 miliardi di lire per dare lavoro a circa 6.000 operai e rilanciare la produzione nel Sud Italia. Già nel 1965, l’allora Italsider che faceva parte del gruppo Iri, dava lavoro a 5.600 operai mentre altri 2.300 lavoratori erano occupati per l’ampliamento dello stabilimento.


 

È tuttavia l’eloquenza di alcuni dati a illustrare le dimensioni colossali dell’intero complesso: 15 milioni di metri quadri di estensione, 5 altiforni, 5 colate continue, 2 acciaierie, 3 treni di laminazione a caldo, un laminatoio a freddo, 3 tubifici, 215 comignoli, circa 200 km. di binari ferroviari interni, 50 km di strade e 190 km di nastri trasportatori.

Tuttavia la mortalità a Taranto è cresciuta del 14% per gli uomini e dell’8% per le donne; per i bambini nel primo anno di vita è cresciuta del 20%. I tumori e le malattie circolatorie sono cresciuti del 211% ri-spetto alla media della Puglia. Insomma le ricerche scientifiche, tra loro diverse, esprimono tutte lo stesso allarme; in un rapporto della Asl si precisa: «A Taranto si muore quattro volte di più che nel resto della Puglia».

 

ilva-taranto aLe emissioni nocive dell’ultimo ventennio sono aumentate del 30%. Se politica ed economia hanno fallito, la società civile può ripartire per ricostruire una nuova cultura proprio a partir da scelte etiche.

Nel tarantino occorre salvare il lavoro e ridurre l’inquinamento attraverso un nuovo patto sociale che superi l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) del Governo e coinvolga tutte le parti sociali. La diocesi di Taranto continua il suo impegno pastorale verso una «bonifica culturale» del territorio, che va affiancata all’urgenza di quella ambientale.

Leggi l’approfondimento su La Civiltà Cattolica

Ecco come le agenzie stampa hanno ripreso lo studio:

ASCA
SIR
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