«Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita» (Ap. 2,10). La testimonianza di un martire dei nostri tempi

Don Giuseppe Rossi (1912-1945), un giovane parroco ucciso barbaramente il 26 febbraio 1945 dai nazifascisti per rappresaglia ad un attentato contro i partigiani, ha salvato la vita al paese del quale era guida spirituale. A cent’anni dalla sua nascita ci si chiede se il suo è stato un vero martirio.

La sua testimonianza, dal greco martirio, va oltre la sua drammatica esecuzione e rimanda a un modo di appartenere a Cristo nascosto nell’anonimato e nonostante le crisi. Il martirio non si cerca ma è la fedeltà di una promessa è portata al sacrificio di sé per la salvezza degli altri. Quello che la Scrittura riassume in un versetto: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita».

La serie di eventi che portano alla barbara uccisione di don Giuseppe iniziano alle ore 9,00 del 26 febbraio 1945. A quell’ora Castiglione, piccolo paese della provincia di Verbania appartenente alla diocesi di Novara, è già sveglia da tempo. La gente del paese è impegnata nelle faccende quotidiane di un altro giorno di guerra tra la paura delle prepotenze dei fascisti e quella per le incursioni dei partigiani in cerca di qualche cosa da mangiare, prima di tornare a rifugiarsi nei boschi. Il silenzio è rotto solo dal suono del campanile che segna l’ora. Ma quel suono è destinato a confondersi con un altro: una canzone fascista cantata da una colonna di Camicie Nere, in tutto una sessantina, che, con tre camion preceduti da una motocicletta, sta risalendo la strada che da Pieve Vergonte porta al paese.

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Ad attendere le Camice Nere, quel giorno, non ci sono solo i valligiani ma anche i Partigiani garibaldini della Brigata Torino guidati dal capitano Moro, Domenico Pizzi. Così poco dopo il suono delle campane e delle canzoni militari, lascia il posto a quello delle mitragliatrici e delle bombe e il drammatico copione della guerra civile in Ossola si ripete ancora una volta.

I Partigiani sono veloci e micidiali: nel giro di pochi minuti restarono a terra due morti e una quindicina di uomini feriti. I fascisti organizzano una feroce rappresaglia, bruciando le case delle frazioni più vicine al luogo degli spari e rastrellando quanti trovarono in strada per gli interrogatori. Gli uomini fuggirono, mentre i militi riuscirono a fermare una cinquantina di persone, abitanti del luogo e donne di passaggio che erano scese a Piedimulera per il mercato. La maggior parte degli uomini cerca di scappare, invece don Rossi decide di non muoversi di casa. Lo aveva deciso da tempo, durante uno dei primi rastrellamenti nazifascisti fatti in paese. Allora don Giuseppe, fuggendo per i boschi era scivolato e si era ferito. E per lui quell’evento è come un segno: non avrebbe mai più lasciato il suo posto e la sua gente. Così quando un paesano, Pierino D’Andrea, che quella mattina, vedendolo sul balcone di casa, gli aveva suggerito di fuggire, don Giuseppe gli risponde di no.

È arrestato verso le dieci del mattino e condotto presso la casa De Andrea, sequestrata e trasformata in presidio dai fascisti. La situazione, secondo le ricostruzioni degli ostaggi, sin dall’inizio è difficile. Le domande delle Camice Nere vanno in una direzione precisa: per quali motivi le campane suonavano quando la colonna entrò in paese? Il prete è favorevole alla resistenza? Nelle omelie parlava mai di politica? In quei terribili momenti don Rossi diventa un punto di riferimento per coloro che sono ostaggi con lui. A loro dice che sarebbe stato il primo ad essere ucciso e quindi a tutti raccomandava fiducia e calma, dicendo che per la liberazione di tutti si sarebbe volentieri sacrificato lui. I fascisti cercavano infatti un capro espiatorio tanto che quando tutti sono rimandati a casa, verso le 18.00, un’altra paesana, Anna Paita, sfidando il coprifuoco con uno stratagemma, e fingendo di falciare dell’erba si avvicina alla casa del parroco per pregarlo nuovamente di fuggire. Ma nuovamente don Rossi decide di restare. Ad accoglierlo in casa è la sorella Maria, ma poco dopo quattro Camice Nere arrivano di nuovo a prelevarlo, non gli danno nemmeno il tempo di infilare le scarpe e lo conducono verso le case che avevano occupato alla mattina. Sulla strada l’ultimo incontro con il fabbriciere della chiesa, Pietro Paola, di rientro dal lavoro in fabbrica insieme ad un gruppo di altre tre donne. Sono gli ultimi a vedere don Giuseppe vivo: da quel momento, non si saprà più nulla di lui.

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I soldati non danno alcuna risposta nemmeno alla sorella che la mattina dopo, si reca al presidio a chiedere spiegazioni. Solo qualche giorno dopo fecero circolare la voce che a rapirlo sono stati i Partigiani.

Sarebbe passato ancora parecchio tempo se non fosse stato per il coraggio di una giovane castiglionese, Ada Piffero, e per i rimorsi di uno squadrista, soprannominato «Natale». Quest’ultimo, che aveva preso a frequentare la casa della ragazza, la domenica successiva all’omicidio confessa ai Piffero che la responsabilità della scomparsa del sacerdote era della sua brigata: il corpo di don Giuseppe si trovava nel vallone Colombetti, nei pressi dell’abitato, sotto la cappella della Madonnina.

Così Ada ha potuto trovare il corpo del sacerdote. Il cranio è di chi era stato picchiato sino alla morte; le mani ferite di chi era stato costretto a scavarsi nella terra ghiacciata la fossa. Infine, i segni ben visibili di un colpo di arma da fuoco in testa.

Al di là del violento pestaggio è difficile ricostruire nei particolari quello che è accaduto nelle ultime ore di don Giuseppe: se l’omicidio è stato premeditato o solo una conseguenza delle torture; se Badiali e Raffaeli avevano ordinato l’esecuzione o se solo si trovarono a dover fare i conti con l’insubordinazione di alcune teste calde della loro Brigata. Di certo prendono le distanze dall’omicidio e fanno affiggere in paese un manifesto in cui si dava, di nuovo, la colpa ai partigiani.

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Alla fine della guerra l’unico ad essere condannato — il Pm al Tribunale di Novara allora era Oscar Luigi Scalfaro — fu Badiali, con la sentenza del 7 novembre 1946. Dopo aver chiesto scusa alla famiglia e a don Cantonetti scontò solo qualche anno di carcere.

A distanza di anni rimane ancora nella memoria di quei parrocchiani la testimonianza e il sacrificio di un sacerdote, che anche di fronte al martirio ha saputo vivere fino in fondo lo stesso proposito al quale con semplicità è rimasto fedele per tutta la vita: «Darò quanto ho, anzi darò tutto me stesso per le anime vostre».

Questo rappresentare un dono incondizionato per la sua gente, anche quando manca una stretta reciprocità, il biografo di don Giuseppe lo spiega così: «Il vero dramma di don Giuseppe non è stato quello del momento estremo della sua vita, ma le difficoltà incontrate nel ministero, addirittura l’impermeabilità dei cuori, come egli nel suo fervore si esprime, ad accogliere in profondità il vangelo».

per leggere l’intero articolo vedi La Civiltà Cattolica



1 comment

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    Dentro mi sale un grido, un fortissimo grido, un urlo: “Perchè Signore permetti queste cose!!! Che senso hanno!!!!!!!

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